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Scarpinando un senso di colpa

Scarpinando un senso di colpa

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A piedi, in solitudine, lentamente. Scarpinando senza sosta lungo le terre bruciate del deserto dei Gobi per seguire il ticchettio interno di una redenzione che faccia svaporare il dolori e sensi di colpa.

Questi i passi del protagonista, alla ricerca di un’imperturbabilità da contemplazione buddista, su cui si muove Tai yang zong zai zuo bian (The Sun Beaten Path), il nuovo film di Sonthar Gyal, esponente di spicco di quella prima generazione tibetana di cineasti che ha deciso di girare film nella propria lingua.

Una scelta stilistica che qui arriva a far tutt’uno con una narrazione rarefatta, pronta a ridurre all’osso le parole per lasciare respirare in sottotraccia tutti i tormenti del giovane Nima (Yeshe Lhadruk). Un tragitto, il suo, che scorre ai bordi dell’unico lungo nastro di catrame che solca l’orizzonte del deserto e su cui sopraggiungono di tanto in tanto bus e camion di passaggio.

Unici intervalli visivi a questo incessante peregrinare, i flashback che ci riportano le immagini della tragedia che sta all’origine del viaggio: l’incidente fortuito con cui Nima, alla guida di un trattore, ha investito sua madre, uccidendola sul colpo.

Morte di cui lui si sente responsabile al punto da recarsi in polizia nel vano tentativo di autodenunciarsi. E se le scorciatoie per riappacificare i propri tormenti non funzionano, meglio prenderla alla larga, appartandosi, dopo una pellegrinaggio a Lhasa, lungo le rotte di una terra di nessuno. Proprio là dove, tra sole, zaini, vento e bricchi di tè versati al bordo della strada, troverà l’empatia di un anziano signore (Lo Kyi) ad accompagnarlo e sospingerlo sulla soglia definitiva di un ultimo passo che significa ritorno a casa.

Lorenzo Buccella
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