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La prigione a cielo aperto dello tsunami

La prigione a cielo aperto dello tsunami

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Un evento fuori portata: il terremoto. E tutte le convenzioni sociali franano di colpo, cancellando tra macerie dal sapore biblico ogni sorta di confine e costringendo il mondo alla tabula rasa di una sopravvivenza che deve fare i conti con la crudeltà della natura.

Ha un andamento smarrito e una telecamera nervosa che frantuma l’insieme delle immagini nella ricerca concitata del dettaglio, il quarto film del regista cileno Sebastián Lelio in cui gli effetti dello tsnunami - che ha colpito il Cile nel febbraio del 2010 – si ammantano di valenze simboliche e religiose. Non a caso, l’incipit di El año del tigre poggia tutto sul crollo, in seguito ai primi scossoni, del carcere di sicurezza in cui è recluso Manuel (Luis Dubo).

Rottura d’ogni forma d’ordine costituito e possibilità per il protagonista di evdare e farsi fuggitivo. Così se da un lato il caos scatenato dalla catastrofe s’inghiotte in un lampo le divisioni tra uomini liberi e uomini reclusi, dall’altro lo scenario apocalittico è una lenta e dolorosa immersione nel cuore primitivo dei rapporti uomo-natura.

Rimboccato a intervalli regolari da una canzone che parla di esodi verso le terre di Canaan, il peregrinare per lande desolate da parte del protagonista avviene senza il minimo contorno familiare, visto che fin dalla prima sosta post-fuga Manuel scopre che nel prezzo della tragedia ci sono anche le perdita di casa, madre, moglie e figlia.

La normalità della libertà diventa così una somma di incontri sinistri, in mezzo a questa via crucis visionaria di detriti in cui possono pascolare e morire anche tigri sperdute nel ventre del paesaggio. Sul campo rimangono solo urgenze primarie e solitudini superstiti, lontane da qualsiasi contratto sociale, che invocano drastiche soluzioni.

Lorenzo Buccella
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