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Il vangelo senza dio delle periferie

Il vangelo senza dio delle periferie

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Una parabola evangelica fatta strisciare lungo l’asfalto contemporaneo di una baraccopoli italiana, in quelle periferie di mondo dove si accampano le baracche degli immigrati e dove i graffi per la sopravvivenza sembrano cancellare ogni alfabeto residuale di pietas e carità.

Proprio per questo, culminando una ricerca artistica e tematica iniziata nei cortometraggi e documentari precedenti, è qui che i due fratelli torinesi Gianluca e Massimiliano Serio hanno scelto l’arredo marginale del loro film Sette opere di misericordia.

Un film che, scandendo a mo’ di stazioni ironiche le sette opere che un cristiano dovrebbe affrontare nell’arco della sua vita, s’appoggia a un tessuto minimale di dialoghi per lasciare che il silenzio e i rumori concreti della città siano una sorta di grido di sottofondo pronto ad accompagnare la vicenda della giovane protagonista, Luminita (Olimpia Melinte), clandestina moldava con in testa un piano ardito.

Svoltare vita al prezzo di un costi quel che costi che, tra ragazze morte a cui si vuole strappare l’identità e rapimenti di neonati, la farà imbattere in un uomo anziano, Antonio (Roberto Herlitzka) figlio dell’immigrazione interna degli anni ’50 e anche lui in lotta per la sopravvivenza per via di una malattia che gli ha scalpellato il corpo in una magrezza chirurgica.

Una grammatica sobria di immagini frontali per un rapporto, il loro, segnato fin da subito da una sopraffazione reciproca che non teme il colpo basso, salvo cominciare a invertire la rotta nel momento in cui la lacerazione degli animi trova lo sbrego più profondo e lascia che si insinuino i germi di una pallida redenzione

Lorenzo Buccella
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