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L’attesa dei condannati a volar via

L’attesa dei condannati a volar via

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Lo stillicidio di un’attesa che brucia lo stomaco. Forzata nelle mura grigie di un centro di detenzione, senza aver commesso un delitto ed essere passati per un processo. Con un’unica finestra certa sul futuro: dover salire, prima o poi, scortati e ammanettati, su uno di quei voli speciali che rispediscono la gente al proprio paese d’origine. Tutto questo, per la semplice colpa di essere sans papiers, kossovari, congolesi e altro ancora, respinti nella loro domanda d’asilo dopo aver vissuto in Svizzera per molti anni, lavorando, pagando tasse e assicurazioni sociali. E in molti casi mettendo su famiglie che adesso sono costrette a spezzarsi.

Dopo aver conquistato nel 2008 il Pardo d’oro del Concorso Cineasti del presente con il documentario Forteresse, il regista svizzero d’origine spagnola Fernand Melgar torna a incuneare le proprie telecamere nelle realtà coatte  dei richiedenti l’asilo, questa volta  scegliendo un diverso punto d’indagine che per tanti versi può rappresentare la prosecuzione ideale del precedente.

In Vol spécial infatti ci si immerge nel capitolo finale di un’esperienza, dentro gli spazi del centro ginevrino di detenzione amministrativa di Frambois, per respirare l’aria claustrofobica che precede il momento del brusco rimpatrio. Parentesi di vite bloccate, perlustrate qui nel carcere di quel ticchettio quotidiano che si logora lentamente tra sorveglianti dai sentimenti combattuti, esercizi ginnici, sfoghi rap cantati e ultime visite dei parenti. Senza contare che le micce della tensione e della disperazione sono fin da subito innescate, perché se la reclusione può durare anche due anni, l’annuncio dell’espulsione arriva come una ghigliottina improvvisa e senza alcun preavviso.

Lorenzo Buccella
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