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La dolce ala della giovinezza del documentario italiano

La dolce ala della giovinezza del documentario italiano

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Come sta il cinema italiano? Visto da Locarno, bene. Anzi: benissimo.

Nonostante in Italia se ne parli poco o nulla, il documentario italiano negli ultimi anni si è andato affermando sempre più come una delle realtà cinematografiche di maggiore interesse della penisola. E se questo rinnovamento del cinema italiano passa in patria sotto coordinate e latitudini semiclandestine, a Locarno i cinefili e gli appassionati possono verificare con i propri occhi l’invidiabile stato di salute di una produzione agguerrita, motivata, politicamente ed esteticamente estremamente rilevante.

Oltre all’imprendibile Luca Guadagnino di Inconscio italiano, presentato fuori concorso, si aggiungono infatti il trascinante Tahrir di Stefanio Savona, realizzato durante la rivoluzione egiziana che ha costretto Hosni Mubarak ad abbandonare le redini del potere, Milano 55,1.

Cronaca di una settimana di passioni, lavoro collettivo sull’elezione di Pisapia a Sindaco di Milano coordinato da Luca Mosso e Bruno Oliviero (entrambi titoli fuori concorso), Dell’avventura 2/1 di Romano Guelfi (nell’ambito del programma speciale dedicato a Jean-Marie Straub) e l’incantato L’estate di Giacomo di Alessandro Comodin in competizione nella sezione Cineasti del presente. Un mucchio selvaggio di autori dotati di un’irrefrenabile voglia di filmare il mondo senza filtri, a pelle nuda.

Attraverso questo cinema, che Locarno presenta attraverso le sue singolarità e molteplicità, senza nessuna tentazione di costruire percorsi falsamente unificanti, emerge un’immagine di un’altra Italia, un’Italia critica, non conciliata, che riflettendo sul cinema da fare, realizzato attraverso numerose difficoltà, ripensa la propria posizione non solo rispetto alla produzione ufficiale, ma soprattutto nei confronti del paese che tale produzione continua a sostenere.

Un cinema del dissenso, dunque, e della discontinuità, apprezzato e seguito più all’estero che ci ricorda che un’altra Italia (non solo cinematografica) è possibile.

Giona A. Nazzaro
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