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La rivoluzione è un piccolo melodramma

La rivoluzione è un piccolo melodramma

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Sotto quella maschera di modestia e autoderisione, Aki Kaurismäki è uno stilista capace di dirigere con formidabile economia di mezzi, in bianco e nero o a colori, film di una bellezza plastica impressionante.

La cura maniacale dell’inquadratura e delle luci, il rigore di ogni immagine, la precisione e la finezza dei dialoghi contraddicono la disinvoltura apparente del cineasta e la sua fama di mattacchione. Kaurismäki ha una venerazione per il cinema muto, Chaplin, Ozu, Bresson, Dreyer, De Sica, Becker, Melville. Con il suo cinema è diventato il cantore degli asociali, dei proletari, degli abitanti delle periferie, e questo attraverso opere poetiche che coniugano lotta di classe, cultura popolare, humour nero, scetticismo irrequieto nei confronti del mondo moderno nonché uno spiccato gusto per il melodramma rivoluzionario.

Il suo nuovo film, Le Havre, presentato in Concorso a Cannes la scorsa edizione, è uno dei suoi lavori più belli, più toccanti. Per la seconda volta dopo Vita da Bohème, Kaurismäki gira in Francia e in francese. I dialoghi, cesellati ed eleganti, sono serviti da una magnifica interpretazione.

Le Havre, città fuori dal tempo che ha conservato un’autentica patina rétro, gli calza a pennello. Il regista ritrova qui i suoi vecchi complici, Kati Outinen, André Wilms e Jean-Pierre Léaud, e invita Jean-Pierre Darroussin a unirsi a loro nei panni di un poliziotto solitario, interpretato in modo eccellente.

Le Havre parla d’immigrazione, di razzismo, di solidarietà e resistenza in modo quasi atemporale, ma trova un’eco nell’attualità più scottante e nella società in cui viviamo. Come Chaplin (il film è un riferimento diretto a Il monello), Kaurismäki assurge all’universale e ci sconvolge con una storia semplice ed essenziale, consegnandoci un piccolo capolavoro d’umanità.

Olivier Père

 

Olivier Père
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