News from the Locarno Festival
 

Isabelle Huppert, la Monna Lisa del cinema

Isabelle Huppert, la Monna Lisa del cinema

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Sadiche insegnanti di piano, apprendiste parrucchiere ammalate d’amore, algide direttrici di fabbriche di cioccolato, dark ladies schiacciate nella provincia francese, operaie balbuzienti, magistrati tutto d’un pezzo o madri cattive che con un unico sguardo sanno tagliare a fette lo schermo.

Sono davvero poche le attrici sulla scena internazionale che possono vantare, come Isabelle Huppert, quella capacità di aver dato corpo, nella versatilità dei tanti ruoli interpretati, a quel perturbante femminile che già da solo è racconto e che già da solo riesce a spostare l’aria delle inquadrature, non appena entra in campo.

Che poi quest’allure passi attraverso la figura di una madre, di una moglie, di un’amante o di una zitella impenitente, così come diventi concime prezioso per storie drammatiche o racconti da commedia, non importa. La declinazione non varia né la resa e né la qualità. Segno tangibile che per arrivare al medesimo punto da strade così diverse, non ci possano essere scorciatoie. Occorre essere delle interpreti maiuscole.

Ed è proprio alle rare doti performative di Isabelle Huppert che la 64esima edizione del Festival del film Locarno, per volontà di Olivier Père (vedi comunicato stampa), vuole rendere omaggio con il suo più prestigioso tributo nel campo della recitazione: l’Excellence Award Moët & Chandon. Non che mancassero i premi sulle chilometrica bacheca della Huppert, visto che dopo i grandi successi in campo teatrale degli inizi, i suoi passaggi al cinema sono stati tutti uno sbancare premi ai festival.

A partire dal Bafta come miglior attrice emergente che vince con La Dentellière di Claude Goretta (guarda caso, uno dei Pardi alla carriera di Locarno 64), poi le due Coppe Volpi della Mostra di Venezia (con Une affaire de femmes e La Cérémonie, entrambi di Chabrol) su su fino alle due Palme a Cannes come migliore attrice (Violette Nozière, ancora Chabrol e La pianiste di Michael Haneke).

Un lunga infilata di riconoscimenti - qui appena tracciati nelle sue tappe principali - che l’hanno portata a essere vera regina dei festival. E non è un caso, se a ogni kermesse cinematografica importante, tra gli addetti ai lavori, circola da anni la battuta per cui bisognerebbe mettere perennemente fuori concorso i film in cui recita la Huppert, perché altrimenti il premio per la migliore interpretazione è già assegnato in anticipo. Una boutade che dice tanto, ma non tutto, visto che questi tributi sono spesso legati a una sfilza di pellicole, entrate di diritto nella storia del cinema. 

Basterebbe sfilare con il dito la sua filmografia, del resto, per ritrovarci dentro una vera e propria mappa geografica del cinema d’autore europeo. Non soltanto la Francia (Tavernier, Chabrol, Godard, Téchiné, Jacquot, Ozon, Honoré), ma anche l’Italia (Bolognini, Ferreri, i Taviani), la Svizzera (Goretta), l’Austria (Haneke) e la Polonia (Wajda).

Persino le sue incursioni nel cinema americano, dopo una prima esperienza con Rosebud di Otto Preminger, si sono incollate a uno dei film più belli e dannati della storia del cinema, quell’Heaven’s Gate di Michael Cimino, passato agli annali per la forbice disgraziata tra produzione e botteghino che ha portato al fallimento di una major. In altre parole, variano le latitudini, ma lei è sempre lì, pronta a incidere nella carnagione chiara del volto e nell’ambiguità del sorriso affilato il cuore nascosto dei suoi personaggi. L’Excellence Award Moët & Chandon è un premio a tutto questo. Esula dai singoli film in cui ha recitato o, meglio, li premia tutti insieme.  

Lorenzo Buccella
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