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Messico&Nuvole: la faccia giusta di Gael García Bernal

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Metti insieme la carica latina da sex-simbol e lo sguardo di chi fa dell’impegno un occhiale per leggere il mondo. Ma ancora non basta. Devi lasciar filtrare il tutto nel talento mimetico di chi sa intravedere i propri personaggi - fin dalle scelte del copione - per poi vestirli nella loro pienezza corporale.

A Locarno, quest’anno, assieme a quel “magnifico enigma” di Charlotte Rampling, c’è un secondo Excellence Award Moët & Chandon: il messicano Gael Garcia Bernal, classe 1978, attore, che pur non avendo ancora varcato la soglia dei 34 anni, ha già affastellato un guardaroba di interpretazioni maiuscole capace di strapparsi una salda gruccia nell’immaginario cinematografico internazionale.

Basti pensare ai suoi due film targati 2004 che spaziano dal Che Guevara versione road-movie dei Diarios de motocicleta di Walter Salles agli eccentrici travestitismi collegiali nel giallo-erotico La mala educación di Pedro Almodovar. Tanto più che a Locarno, ne avremo una nuova ed ennesima prova, poco dopo la consegna del premio, nella serata di mercoledì 8 agosto, con la proiezione in Piazza Grande di No, uno dei più riusciti e acclamati passaggi sugli schermi dello scorso festival di Cannes. Pellicola firmata dal regista Pablo Larraín – lo stesso di “Tony Manero” e “Post Mortem” che vede Bernal impegnato nel ruolo del leader della campagna del No nel Cile anni Ottanta, quella che con la forza della sua mobilitazione mise all’angolo la dittatura di Pinochet.

D’altra parte, nonostante le rampe hollywoodiane che gli si sono aperte durante il suo crescendo professionale, Bernal non ha voluto allentare il suo legame con il mondo e la cinematografia sudamericana.

Figlio di una coppia di attori, dopo i precoci debutti a teatro e nelle soap televisive e dopo gli studi a Londra, è al grande risveglio del cinema messicano negli anni intorno al 2000 che Bernal trova la sua prima finestra internazionale. Una sorprendente doppietta: prima morde lo start d’avvio nel primo episodio su fughe e combattimenti di cani clandestini in Amores perros di Alejandro Gonzalez Inarritu (2000, sceneggiatura di Guillermo Arriaga); poi, nel 2001, con l’amico Diego Luna, in Y tu madre también di Alfonso Cuaròn, darà vita a un viaggio di formazione nell’erotismo giovanile che procurerà a entrambi il Premio Marcello Mastroianni alla Mostra del Cinema di Venezia.       

È il vero e proprio turning point. Da lì in poi il tappeto della sua filmografia si srotola in preziosa discesa. In El crimen del padre Amaro di Carlos Carrera interpreta la parte di un giovane sacerdote che si innamora di una catechista. Fa da pendant a questo film Sin noticias de Dios  di Agustín Díaz Yanes dove l'attore impersona la figura di un pugile a cui vengono inviate la luciferina Penelope Cruz e una celeste Victoria Abril, un angelo e un demone che si accapigliano per avere la sua anima.

Il 2003 è l’anno a Cannes dove conquista il premio Chopard come rivelazione maschile. Poi, come già detto, il portentoso uno-due del 2004 con Diarios de motocicleta e La mala educación e, a seguire, il tragico Edipo di The King di James Marsh (2005, con William Hurt), l’onirico impiegato di calendari di La Science des rêves di Michel Gondry (2006, con Charlotte Gainsbourg) il ritorno con Iñárritu nell’affresco collettivo di Babel (2006, con Cate Blanchett e Brad Pitt).

Tutto questo senza mai venir meno alla sua volontà di corteggiare nuove strade come quando nel 2007 si cimenta per la prima volta nella regia con Déficit, spaccato della realtà messicana attraverso una storia che cuce insieme il divario tra classi sociali. O ancora, ed è storia degli ultimi anni, l’avvicinamento verso la commedia americana: nel 2010 è nel cast di Letters to Juliet di Gary Scott Winick e l’anno successivo è a fianco di Kate Hudson in A Little Bit of Heaven per la regia sentimentale di Nicole Kassell. 2011 che peraltro  aveva visto Bernal comparire sugli schermi locarnesi, nel film The Loneliest Planet di Julia Loktev, passato nel Concorso Internazionale. Quasi a mo’ di antipasto di quello che vedremo quest’anno.

 

Lorenzo Buccella
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