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Lino Capolicchio: “Quando De Sica faceva i complimenti”

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“Certo, Vittorio De Sica era già un maestro indiscusso, il cast metteva insieme grandi nomi e il film era tratto da un romanzo importante come quello di Giorgio Bassani, ma quando giravamo Il giardino dei Finzi-Contini non avevamo la percezione di essere alle prese con un capolavoro della storia del cinema, come poi la pellicola è diventata. Nessuno poteva prevedere la vittoria al Festival di Berlino e poi la conquista dell’Oscar come migliore opera in lingua straniera”. Sono questi i ricordi da set che conserva oggi Lino Capolicchio – il Giorgio protagonista del film del 1970 – arrivato a Locarno per accompagnare la prima serata del Prefestival con la proiezione del Giardino dei Finzi-Contini in Piazza Grande.

“Per me è stata una di quelle volte” racconta Capolicchio “in cui si è realizzato un sogno. Avevo avuto proprio Giorgio Bassani come professore di Storia del Teatro all’Accademia d’arte drammatica. Nell’estate del ’63, dopo aver letto il romanzo, vista la descrizione fisica del protagonista, con occhi azzurri e zigomi delicati, avevo pensato quanto mi sarebbe piaciuto recitare quella parte. Poi, sette anni dopo, a sorpresa, mi arriva la chiamata di De Sica che mi vuole vedere. Vado a Cinecittà e lì scopro che il “maestro” aveva intenzione di fare un film dal Giardino dei Finzi-Contini.


E com’è stato il rapporto con De Sica sul set?
Lui nella vita era un vero signore, pieno di raffinatezza e di garbo. Sul set, invece, proprio perché pretendeva tantissimo da tutti, come solo i grandi registi sanno fare, era una persona molto brusca, a volte anche dispotica per le modalità con cui si arrabbiava. Tutti lo chiamavano “Commendatore” e intorno a sé non smarriva mai quell’aura di autorevolezza che metteva chiunque in soggezione. Faceva pochi complimenti, ma quando li faceva, be’, lì erano vere soddisfazioni.


A lei in che circostanze è capitato?
Si doveva girare una delle scene più importanti del film. Quella in cui io scopro il tradimento di Micòl col Malnate. De Sica mi dice: lo facciamo tutto con un lunghissimo primo piano su di te, voglio che tu metta in sequenza diversi stadi d’animo, passando dalla sorpresa al dolore alla disperazione. Ebbene, dopo aver ripetuto la scena per un paio di volte, mentre mi sto allontanando, sento battermi una mano sulla spalla. Mi giro. È De Sica che mi sussurra: tu hai talento, ragazzo.


E adesso, a distanza di anni, che rapporto ha con quel capolavoro cui lei, volente o nolente, verrà sempre immediatamente associato?
Be’, è talmente entrato nell’immaginario collettivo che avrei potuto fare solo quello nella vita. So che il giorno che morirò, diranno che è morto quello del Giardino dei Finzi-Contini. Certo, nella vita ho fatto anche tante altre cose. Però, è inevitabile, dopo quel film io ho ricevuto qualcosa come 5000 lettere da ammiratrici, provenienti da tutto il mondo. Quello era un momento in cui il cinema italiano arrivava ovunque.


Un periodo d’oro che lei ha vissuto in prima persona. Con una concentrazione di autori e personalità difficilmente ripetibile…
La cosa pazzesca è questa. C’erano talmente tanti geni, da De Sica a Fellini, da Antonioni a Rossellini che anche molti altri registi, se avessero vissuto in altri periodi storici, sarebbero stati considerati grandissimi. E invece, all’ombra di quelle vette irraggiungibili, sono stati classificati come buoni autori ma niente più. Mi riferisco per esempio a Giuseppe De Sanctis con cui ho lavorato per Un apprezzato professionista di sicuro avvenire, ma soprattutto con cui ho avuto un rapporto d’amicizia trentennale. Lui era una figura di primissimo piano. Ma d'altra parte, la bellezza del cinema sta anche nella sua assoluta imprevedibilità: a volte pensi che un film abbia tutte le carte per sfondare e ti ritrovi con un magro bilancio; a volte, si parte in sottotraccia e si finisce nella massima visibilità. Ogni volta, è una scommessa.     

 

 

 

Lorenzo Buccella
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