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L’insostenibile leggerezza dell’essere. Un’altra persona

L’insostenibile leggerezza dell’essere. Un’altra persona

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Che l’esperienza straniante di assistere al proprio funerale sia un escamotage già battuto nelle fantasie del cinema è un dato assodato. Ma che questa partecipazione avvenga sotto il turbante indiano e la barba bianca con cui ci s’inventa una nuova personalità, dopo che tutti ti credono morto, può diventare la zona d’innesco per una commedia grottesca, sospinta da una volontà generale che attraversa tutti i personaggi di essere altro da quello che si è. Se poi il protagonista del film Vijay and I, Will (Moritz Bleibtreu), è anche un attore tedesco, frustrato dal fatto di essere sbarcato negli Stati Uniti come nuovo Marlon Brando, ma finito ben presto a guadagnarsi il pane travestendosi da coniglio verde in uno show televisivo per bambini, la miccia comica che s’incendia non può non venir avvolta lentamente dal fumo di un retrogusto più amaro. Proprio quello che il regista della pellicola, Sam Garbarski, aveva già fatto nell’esilarante Irina Palm del 2007, dove le risate scatenate dal viaggio nei peep show di Londra di un’attempata signora non erano altro che la molla per un rinculo melodrammatico quando si veniva a scoprire il dolore e la necessità di quella scelta.

Qui in Vijay and I la trappola dei malintesi, scattata da un compleanno dimenticato, porta in dote un tappeto di gag, srotolato dalla volontà di Will di trasformarsi in Vijay, una sorta di santone indiano, per poi cercare di riconquistare sotto mentite spoglie gli affetti della moglie (Patricia Arquette). Maschera per maschera, ovvero l’unico modo per scoperchiare le verità scomode sul proprio conto che non vengono mai messe in scena dal teatro della propria quotidianità.

Lorenzo Buccella
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