News from the Locarno Festival
 

Sergio Castellitto

Sergio Castellitto

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© Alessio Pizzicannella

Sergio Castellitto, l’attore, il regista e lo sceneggiatore. È un Pardo alla carriera che ingloba la sua esperienza cinematografica in tutte le sue declinazioni…
E mi dà grande soddisfazione, perché risponde a una vocazione su cui ho sempre incentrato il mio modo di lavorare. Anche quando ho fatto l’attore, non mi sono mai sentito solo un interprete, ma una sorta di attore-autore, perché non ho mai smesso di prestare attenzione all’intera drammaturgia di un film, alle relazioni che si sviluppano tra i personaggi, ai contrasti delle psicologie, persino alle scenografie.

Uno sguardo totale che si è ampliato nel passaggio alla regia, anche grazie alla complicità di sua moglie, la scrittrice Margaret Mazzantini?
Quello con Margaret è un progetto creativo che è anche di vita. Ci siamo conosciuti da giovani attori sul palco dello Stabile di Genova. Poi lei è diventata una straordinaria scrittrice, per cui è stato un passaggio del tutto naturale che la lettura in anteprima dei suoi romanzi mi facesse da stimolo per trasportare quelle storie al cinema. Tanto più che la sua scrittura conserva una spiccata componente visiva. A me è bastato dissotterrare le immagini che stavano dietro le parole.

A proposito d’incontri decisivi, lei è uno dei pochi che nel suo percorso è riuscito a far da tramite tra la grande generazione del cinema italiano dei Ferreri, degli Scola e dei Monicelli e quelle successive…
Ho avuto la fortuna di essere un attore-cerniera, perché ho potuto lavorare con i grandi maestri del cinema italiano e poi con quelli che sono venuti dopo, coetanei, fratelli maggiori e minori, da Bellocchio all’Archibugi, passando per Tornatore e Virzì. Poi, va da sé, la concentrazione di geni che c’è stata nella grande stagione precedente è qualcosa d’irripetibile. I Monicelli e gli Scola venivano da un passato duro, avevano un sogno di ricostruzione e una coesione collettiva che rimangono tanto potenti quanto rari. Era inevitabile che il panorama successivo diventasse legato a singole individualità.

Una versatilità, la sua, che l’ha portata a scegliere ruoli e film molto diversi tra loro, rompendo le barriere tra cinema popolare e cinema d’autore…
Ma quella divisione è un’invenzione, figlia di una certa ottusità critica che ha provocato molti danni al cinema italiano. Io ho sempre scelto i miei lavori in base a principi di qualità, anche quando ho lavorato nelle fiction televisive: mentre in tv interpretavo Padre Pio, nello stesso periodo lavoravo sul set di Bellocchio per L’ora di religione. Il successo è avere questa libertà.

Terreni di libertà cinematografica che sono sempre stati anche nel dna del Festival del film Locarno…
Locarno per me è stata una sorta di porta d’ingresso verso il mondo del cinema, perché è il primo festival in assoluto in cui ho messo piede, quando ero agli esordi del mio percorso professionale. Era il 1986, sono venuto a Locarno per il film Dolce assenza di Claudio Sestieri. E ho il meraviglioso ricordo di tre giorni passati a parlare di film, dove già solo a parlare di cinema ti sembrava di costruire qualcosa d’importante.

Lorenzo Buccella
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