News from the Locarno Festival
 

Locarno è donna

Locarno è donna

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Donne così. Grintose, a volte ribelli o persino scontrose. Ma sempre capaci di scorniciare gli stereotipi più facili sulla bellezza femminile per allargare una galleria di personaggi che scardina convenzioni e aspettative. Pensi a Victoria Abril e ovviamente insieme a lei peschi quella giocosa e promiscua trasgressione che ha colorato il mondo Almodóvar. Ma discorsi analoghi funzionano anche per la grazia di una signora come Faye Dunaway che ha abitato da protagonista il vulcano del grande cinema americano anni ‘70 o per il volto godardiano e conturbante della Nouvelle Vague (Anna Karina) o ancora per l’eleganza di chi ha saputo declinare erotismo e signorilità (Jacqueline Bisset, in arrivo domani al Festival).

Tutte presenze che si sono compattate a Locarno durante questi primi giorni di una 66a edizione, mai come adesso, storia e specchio cinematografico di un mondo femminile che interroga l’immagine e lo schermo. Ne porta testimonianza anche la parata d’eccezione di giovani e talentuose attrici che quest’anno hanno trovato corridoi di visibilità nei film del Concorso internazionale. La giornata di domani è esemplare.

A partire dalla ticinese Carla Juri che con scelta coraggiosa si è tuffata nelle tinte forti di un film come Feuchtgebiete, il cui coefficiente di provocazione era già insito nel romanzo da cui la pellicola trae origine. Una scommessa in palio che qui viene alimentata da quell’aria un po’ furbetta e un po’ naif con cui la Juri aderisce senza scorciatoie al difficile personaggio di una ragazza alle prese con le più scabrose scoperte legate al proprio corpo. Classica sfida senza mezze misure, da affrontare a viso aperto, per uno di quei ruoli che possono lanciare o imprigionare chi li interpreta.

E casomai ci fosse bisogno di ribadire quanto il Festival del film Locarno sia una piattaforma d’incontro e di lancio anche per attrici, già conosciute adesso, ma destinate domani - con ogni probabilità - a diventare star di prima grandezza, ecco il tandem femminile che muove i pedali mélo di Une autre vie di Emmanuel Mouret. Da una parte, Jasmine Trinca, dall’altra Virginie Ledoyen. Rivali d’amore tra loro nel film, ma rivali anche nei confronti di loro stesse, perché qui sembrano giocare contro le tipologie di personaggi che erano solite interpretare.

L’attrice italiana pare togliersi le vesti attive e determinate che ne hanno sigillato l’immagine nelle pellicole del suo scopritore Moretti, ma anche nei ruoli recitati per Bonello o in questa stagione per Diritti, per abbandonarsi al fiume bizzoso dei sentimenti. E in controtempo va anche la sexy-icona francese Ledoyen che dopo i tanti ritratti adolescenziali, sospinti da passioni, desideri e irrequietezze (nei film fatti con Assayas, Chabrol, Ducastel, Jacquot, Ozon), qui non esita a ideare stratagemmi machiavellici, pur di non perdere quel che resta di un amore.

Calligrafie solo all’apparenza leggere e romantiche, quelle del duo italo-francese, che vengono scartavetrate, se con gli occhi cambiamo fondale e passiamo agli scenari del cinema indipendente americano. In Short Term 12 di Destin Cretton (sempre in Concorso internazionale) troviamo un’altra giovane protagonista in rampa di lancio: la cantautrice pop-rock e attrice Brie Larson che, dopo essersi guadagnata i riflettori con un mix di serie televisive e film, qui sa restituirci visivamente la lotta interiore che la ventenne Grace intraprende contro i propri demoni passati, mentre svolge la mansione di supervisore di una struttura di affidamento per adolescenti a rischio. Ancora una volta, quindi, lì a rinnovare quel binomio di talento e coraggio con cui una giovane donna si carica sulle spalle la scelta di ruoli difficili e tutt’altro che scontati. Performances in grado di trainare il peso specifico del proprio film e che ci fanno assaporare nel cinema del presente quei gusti della scoperta che sanno già di futuro.

Lorenzo Buccella
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