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Blog del Direttore artistico
Agnès Varda

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Agnès Varda

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Tutto inizia con una fotografia. Con l’atto preciso e istintivo di selezionare una porzione di spazio e rubarla allo scorrere del tempo per consegnarla a un’altra temporalità. Non è vero che le fotografie vivono fuori dal tempo. Anzi. Il cinema di Agnès Varda è così intrinsecamente legato al principio fotografico proprio in virtù di una stretta e costante relazione con il tempo. Il suo lungometraggio Cléo de 5 à 7, folgorante uso della macchina da presa per catturare senza svelarlo un animo femminile, è costruito su questo principio. Proprio come una fotografia, il film di Agnès Varda vibra di un movimento interno. Dà l’illusione di sovrapporsi allo scorrere delle lancette per inserire lo spettatore in una relazione diversa e, per così dire più intima, con il personaggio. Probabilmente prima ancora di evidenti segni stilistici (movimenti di macchina da presa, rottura della grammatica di base), la nascita del cinema moderno deve rinvenirsi proprio in questo diverso rapporto tra lo spettatore e la visione proposta.

Ogni fotografo sa che una delle prime e cruciali operazioni da fare è trovare la distanza a cui porsi rispetto al soggetto: la giusta distanza, come dicono i documentaristi. I film di Agnès Varda tematizzano questa problematica, ne fanno la base della loro drammaturgia.Lions Love (… and Lies) ne è un perfetto esempio. Il film sembra fatto sul momento, con attori e amici e un senso di complicità che scavalca l’idea tradizionale di finzione. La trama quasi non esiste, si appoggia in modo molto flebile a un evento storico (la morte di Kennedy), conferendo alla televisione il ruolo di un vero personaggio. Se il progetto di filmare delle persone lasciandole libere di improvvisare a partire da un’unità di luogo è di chiara ascendenza warholiana, è nel modo in cui tale desiderio si esplica che Varda trova la propria voce. In questa prima incursione in terra americana, l’occhio della regista si fa corpo. Leggero e silenzioso vaga in uno spazio intimo e condiviso, una villa sulla collina di Los Angeles. A dispetto di una giocosità, che bene riflette un sentimento diffuso in quegli anni (il film è del 1969) dove l’immagine in movimento doveva essere una sorta di antidoto alle violenze svelate e camuffate dai media, il film dà il meglio di sé quando a forza di filmare le performance del trio di attori (Viva e i suoi due complici, James Rado e Gerome Ragni) finisce per fare breccia nella loro nudità per raccontarci qualcosa d’altro. Non si tratta di vere e proprie agnizioni, piuttosto slittamenti progressivi di senso.

L’immagine per Agnès Varda contiene delle storie. Molti suoi film sono il tentativo di raccontare delle immagini nascoste, laddove il racconto non vuole esaurire il senso ma prolungarlo. Questo sentimento è per me molto chiaro in un film come Les créatures. Sorta di kammerspiel sui generis – perché qui la stanza si allarga a occupare lo spazio di un’isola – il film non solo gioca sull’ambiguità evidente tra quanto è invenzione del protagonista (il romanziere interpretato da Piccoli) e quanto è realtà a lui esterna, ma riesce a creare un sentimento di claustrofobia che non è senza rapporto con la condizione della moglie dello scrittore. A seguito di un incidente d’auto, la donna, interpretata da una conturbante Catherine Deneuve, vive “immobilizzata” in un mutismo dal sapore simbolico. Anche Les Créatures è insieme un figlio del proprio tempo (di quegli Sessanta in cui cinema si appropriava di  soluzioni praticate dai romanzieri della scuola francese) e un’opera capace di proiettarsi oltre. Il lavoro sugli spazi e sui corpi è di una bellezza unica, scavalca il simbolismo di base per essere rilanciato dal ritmo franto della narrazione.

Prendiamo Sans toit ni loi, forse il film più lineare di Agnès Varda. Premiato con il Leone d’oro a Venezia nel 1985 e da un importante successo di botteghino, il film appare costruito su un fatto di cronaca piuttosto ordinario: una vagabonda è trovata morta assiderata in un fossato. La forza di questo film è tutta racchiusa in una scrittura cinematografica che, pur seguendo sempre la protagonista, evita ogni salto nella soggettività e ogni soluzione a effetto. Il ritmo delle sequenze è serrato e sobrio, proprio come la recitazione di Sandrine Bonnaire, che pare offrire corpo e voce al personaggio più che interpretarlo. E’ il montaggio a dettare la cadenza della storia e a darne il tono. Alla fine Mona, la scontrosa e solitaria giovane senza dimora, è una persona che il cinema ci ha concesso di incrociare, senza per questo poter dire di conoscerla. Questo percorso di sottrazione è strettamente connesso con il rifiuto di avvalersi degli strumenti della psicologia, qui come in ogni altro film. Gli uomini e le donne per Agnès Varda hanno una vita che va oltre la finzione che è loro attribuita: al cinema non spetta il compito di dire la verità, ma di far reagire delle parabole, uniche e insostituibili, con quelle altrettanto uniche degli spettatori.

Più che voler aggiungere un altro premio al suo ricchissimo palmarès, la volontà di rendere omaggio ad Agnès Varda nasce dal desiderio di accogliere una delle più libere e coraggiose registe del cinema moderno. Un premio, però, è anche il segno di una strada da percorrere; in questo caso sottolinea come il cinema sia un atto di linguaggio. Prima di essere sguardo al femminile, racconti poliedrici su temi di forte attualità, viaggi tra arti diverse, i film di Agnès Varda sono il frutto di una precisa e sempre rinnovata ricerca linguistica. In un’epoca in cui filmare appare sempre più come un’azione quasi spontanea, diffusa e a disposizione di tutti, il gesto con cui la regista decide di posizionare specchi e macchina da presa all’inizio del suo bellissimo Les Plages d’Agnès, è per me denso di significato. In fondo la forza e la bellezza di questo “film summa” – che all’atto della sua prima a Venezia ha provocato una spettacolare standing ovation (di cui sono stato felice testimone) – sta proprio nello svelarci quanto sta dietro, intorno, prima e dopo l’atto di filmare, permettendo non solo di raccontare a ritroso e per frammenti la storia di una vita, ma anche di parlare di che cosa significa fare film. Les Plages d’Agnèsresta ancora oggi un oggetto inclassificabile, proprio come è tutta l’opera della regista francese. Resistente alle definizioni, sfuggente e sorniona come i suoi adorati gatti, Agnès Varda è capace di balzi fulminei che sono il segno della sua incredibile elasticità mentale.

Carlo Chatrian
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