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Un pagliaccio credibile

Un pagliaccio credibile

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Armin Mueller Stahl, “un nome difficile da ricordare ma quando lo s’impara non si dimentica più” dice quando ricorda le persone che gli chiedono gli autografi da 60 anni. L’attore di 84 anni, premiato a Locarno con il Pardo - Lifetime Achievement Award - questo venerdì al Forum di Locarno ha fatto rivivere non solo il cinema, ma anche la storia dell’Europa, della Germania, di Berlino.

Un uomo che si definisce un pagliaccio, diverso dal clown, perché mentre il secondo “dentro di sé è felice, ma esteriormente piange”, il primo, invece, “è triste ma diffonde ottimismo e ride come un bambino quando la gente è felice”.
Il desiderio di diventare attore – piuttosto che musicista o direttore d’orchestra - fu dettato dalla volontà di seguire le orme del padre, disperso durante la prima guerra mondiale. Egli non credeva di essere portato per questo mestiere, “recitai Shakespeare, ricevetti pessime critiche, caddi addirittura dal palco” ma questo non bastò per dissuaderlo dal suo proposito.

I primi successi arrivarono con Königskinder del ’62, Das Unsichtbare Visier, una serie televisiva trasmessa dal ’73 al ’79, nella quale recitava un ufficiale della stasi, la polizia segreta della Germania dell’est, quella che prima si chiamava Prussia Orientale, la sua Heimat. Durante l’epoca del muro di Berlino – eretto il 13 agosto del ’61 – gli fu concesso il permesso di 14 giorni per oltrepassarlo e recitare.

In quello stesso periodo cominciavano le offerte dalla Germania Ovest, dallo Stuttgart Theater.  A Berlino d’altro canto, non era benvenuto “per non essere abbastanza proletario”. Nel ’64, in tempi di guerra fredda, fece parte del cast di Prelude 11, un film di spionaggio tedesco-cubano, “erano momenti sgradevoli, di vita o morte, c’era sempre nell’aria la bomba atomica – una sera ci ubriacammo tutti, all’indomani eravamo contenti di essere ancora in vita”.

Durante la sua carriera ha recitato svariati ruoli, ne ha rifiutati altri perché “uno dei motti principali del cinema è quello d’essere credibili”. Un attore capace di recitare i ruoli del cattivo ma anche del buono, citando Goethe “dentro di noi esiste anche una parte oscura, Mefisto e Fausto”.

È stato il mafioso russo, in Eastern Promises di Cronenberg del ’97 o Hitler in Conversation with the Beast del ’96 – lui stesso scrisse il saggio da cui si trasse la pellicola - dove un ricercatore americano intervista un uomo di 103 anni che sostiene di essere il dittatore: “Volevo recitare Hitler perché avevo domande da porgli” e ricorda quanto quel ruolo l’opprimesse “avevo bisogno di distanza, il rapporto non poteva essere di uno a uno; avevo bisogno di diventare sempre più comico, come Chaplin nel Grande dittatore, perché il personaggio diventava sgradevole, assurdo”. Anche il ruolo del buono rientra nel suo repertorio, come In the presence of my enemies del ’97, era un Rabbi nel Ghetto in Polonia, nel ’42, combattendo per mantenere la pace tra i suoi seguaci benché sperperavano le  crescenti atrocità create dai nazi. In entrambi i fronti Armin Mueller Stahl si è sempre contraddistinto come un attore capace di esprimere umanità e spiritualità.

Tuttora risiede a Los Angeles, si considera un cittadino del mondo, e si sente “a casa là dove il battito del cuore è in sincronia, dove ho amici, come in Ticino, in questa bella regione che Dio ha creato di domenica”.

Cristian Gomez Bolliger
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