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Fermo immagine – Giorno 2

Un’immagine di ”Dolls” di KITANO Takeshi

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Il cinema per Marlen Khutsiev è l’atto di avvicinarsi a cogliere nel brusio di fondo l’intimità di una voce. Non si tratta di sentir echeggiare l’urlo dell’eroe, simbolo in cui si rispecchia una comunità, ma di ascoltare la voce interiore di persone comuni.

Giovani per lo più e abitati da una voglia di vivere che oltrepassa le frontiere. I film di Khutsiev ci portano l’istantanea di una nuova generazione russa che riletta oggi avrà il sapore un po’ nostalgico di un’occasione perduta. Rivedere però i suoi capolavori (InfinitasBastion Il’ich…) serve anche a rilanciare lo sguardo verso altri film che compongono il programma di quest’anno.

In Ma dar Behesht (Paradise) la giovane protagonista nasconde la sua insoddisfazione dietro grossi occhiali; parla sempre meno, Hanieh, nonostante faccia la maestra in una scuola di periferia in Iran. La messa in scena di Sina Ataeian Dena predilige i piani fissi e lascia che sia il montaggio a creare gli scarti e dare il senso di una realtà ormai compromessa.

Più composito come ritratto ma altrettanto disincantato è l’ultimo lavoro di Vimukthi Jayasundara. Sulanga gini aran (Dark in the White Light) è una cupa riflessione sull’uomo del XXI secolo, sul suo rapporto con il prossimo, sugli impulsi di autodistruzione che abitano il mondo. Su questo fondo nerissimo, Jayasundara innesta come in squarci di colore la sua personale, indispensabile, ironia.

È la stessa ironia che ci porta al Premio Raimondo Rezzonico di quest’anno. Il cinema di Takeshi Kitano usa proprio quest’arma come glorioso antidoto a un mondo popolato dalla violenza e dalla sopraffazione.

Carlo Chatrian
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