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O Futebol – Il calcio, fuoricampo

O Futebol – Il calcio, fuoricampo

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La palla è rotonda. Questo adagio custodisce ancora quel po’ di passione e mistero che resta allo sport del calcio. Non indica solo un’imperscrutabilità nel rotolamento (basta un filo d’erba, si sa, a cambiare i destini di una partita), ma assume su di sé l’atto stesso del vedere, traccia le linee di quella peculiare geometria dell’occhio che è o futebol. Soprattutto dice una cosa, come un papà al bambino abbagliato che entra per la prima volta in uno stadio: non si può vedere tutto.

In O Futebol Simão e Sergio – padre e figlio – riuniti dopo vent’anni nel Brasile invaso dai Mondiali, affrontano un viaggio intimo alla ricerca di quella prima accecante immagine. L’infanzia del pallone. Esplorando la città di São Paulo lungo le strade svuotate o nei bar affollati, Simão e Sergio seguono le partite, le raccontano, le ascoltano, le vedono dall’esterno degli stadi. Ma il ritorno all’origine è appassionante, malinconico, pericoloso. Siamo nel campo delle probabilità, un centimetro di qua o di là e sei in fuorigioco. C’è un sapere diffuso, misterioso, segreto, che solo i tifosi di calcio sanno definire, e che permette al padre, a metà del viaggio, mentre beve al bancone di un bar, di indovinare le due finaliste e la squadra vincitrice.

C’è il vaglio drammatico della memoria, come quando si sfoglia l’album delle figurine. C’è l’imponderabile, la morte e una semifinale persa 7-1. La palla è rotonda, allora, è quel che resta del sogno. Simão e Sergio giocano la loro partita come i veri tifosi, di spalle al terreno, bruciandone scampoli tra il frusciare delle bandiere e un battimani ritmato, accettando in partenza l’idea stessa di invisibilità.

Lorenzo Esposito
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