News from the Locarno Festival
 

L’anno scorso

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L’anno scorso, al momento dei saluti, Michael Cimino mi aveva detto: “Carlo, I want to come back, but next time with a film”. A stento avevo trattenuto l’emozione sapendo l’ostracismo di cui il regista è vittima nella sua Hollywood. Però, per una volta mi era sembrato di leggere qualcosa dietro il suo sorriso imperturbabile. Come una forma di interiore certezza.

Oggi voglio credere che Cimino ritornerà con un film a Locarno. Avrà un altro nome, un altro volto, un altro abito – tanto questi sono stati orpelli con cui irretire i suoi interlocutori, mettendo alla prova la loro capacità di andare oltre le apparenze.

Ma i film da lui pensati e ancora non realizzati, quelli troveranno la via per farsi strada, giocando come sempre ha fatto tra epica e storia, tra lirismo e crudeltà, tra passione e lucidità. Magari assumeranno altre nazionalità… Poco importa. L’importante è che l’eredità e lo spirito di questo regista non vada perduta. Il suo classicismo, il suo modo di amare e criticare l’America, è complementare a quello di Eastwood, un altro grande anziano, che per fortuna non ha mai smesso di fare film. Tanto quest’ultimo pesca nella grande tradizione letteraria, tanto Cimino si nutre di immagini, di pittura, e dà loro un vestito nuovo, costruendovi sopra straordinari castelli. Il cinema di Cimino in questo senso è impermeabile al digitale: non riesco a immaginarlo alle prese con un “green screen”: egli ha bisogno di strutture, di edifici, di impalcature che si vedano, di paesaggi da far abitare.

Oggi voglio pensare che Cimino abbia solo cambiato di campo e che il suo sogno di essere quell’architetto di edifici che sfidano il caos del mondo sia vivo più che mai. Il cinema oggi è fluido, crea cerchi nell’acqua: spuntano dal nulla, appaiono sempre più grandi salvo svanire nel giro di qualche minuto. Il cinema non ha più l’ambizione di costruire, di qui la sua natura immemore, votata all’oblio. Il cinema oggi si consuma con la velocità di un hamburger e ne segue lo stesso principio: riempie la pancia ed è perfettamente economico e indolore.

Per questo oggi abbiamo bisogno che la voce di registi estremi, come Cimino, suoni ancora potente. Perché la “macchina cinema” richiede persone che le facciano resistenza, persone che oppongano uno sguardo alla duttilità di quello strumento che sa riprendere qualunque cosa, a qualunque ora, da qualunque angolazione. Come tutti i grandi registi, Cimino è quello sguardo che non si perde nel reale ma lo disegna.

Cimino l’introverso e l’istrione, il trasformista e la persona più esigente del mondo, il rompiscatole e il generoso. Cimino l’amico degli attori e il nemico del sistema. L’uomo che più di altri nella Nuova Hollywood ha rappresentato l’anima europea, il gusto per la bellezza – per usare un’espressione di un altro grande classico, Eric Rohmer. L’uomo le cui visioni erano così grandi che pure Hollywood ne ha avuto paura. Cimino il regista che da vent’anni attendeva di realizzare un film e che in questi anni ha lasciato così tante tracce di sé da sembrare inconcepibile che nessuna di queste possa germogliare. A quanti non hanno sentito la sua voce consiglio di prendersi un pomeriggio e vedersi Heaven’s Gate e se poi resta un po’ di tempo recuperino la straordinaria lezione che ha tenuto a Locarno lo scorso agosto. A Cimino – che ancora ricordo alle 2 del mattino, protetto da una coperta, a vedere gli ultimi fotogrammi di The Deer Hunter sulla Piazza Grande – va tutta la mia riconoscenza non solo per aver regalato momenti di grande emozione al pubblico del festival, ma per aver ricordato che un altro cinema è ancora sempre possibile.

Carlo Chatrian
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