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Evento Gotthard: Carlos Leal

Evento Gotthard: Carlos Leal

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È uno dei protagonisti di Gotthard, il film-evento del Prefestival. Nella fiction interpreta la figura storica dell’ingegnere Louis Favre, ma si è anche identificato con tutti quei minatori che hanno rischiato la vita pur di vedere la luce alla fine del tunnel.

L’emozione che è lì, a quel 1° giugno, quando dopo 17 anni di lavori è stata inaugurata la galleria di base del San Gottardo. Il futuro che diventa presente, ma che non smette di dialogare col passato. E per celebrare l’evento, sullo schermo di Piazza Grande, il 2 agosto, nella seconda serata del Prefestival offerta gratuitamente alla popolazione, verrà mostrato in anteprima mondiale il nuovo film Gotthard, firmato dal regista bernese Urs Egger. Si tratta della più grande produzione nella storia della SRG SSR (direzione a cura della SRF); nasce in collaborazione con Zodiac Pictures (Svizzera) e in coproduzione con le emittenti ZDF e ORF. Per Carlos Leal – l’attore che nella fiction veste i panni dell’ingegnere che ha progettato il tunnel, Louis Favre – il valore di quell’opera gigantesca non può prescindere da chi ha rischiato la vita per realizzarla. 

La cosa più bella d’aver recitato in questo film è stata proprio quella di capire le dinamiche che hanno reso possibile questa grande ambizione di fine 19esimo secolo. Penso soprattutto allo straordinario impegno dei minatori che a quell’epoca hanno dovuto affrontare condizioni di lavoro disumane. Erano quasi tutti immigrati – italiani, tedeschi, austriaci, spagnoli – che si esponevano ogni giorno al pericolo, perché spinti dalla necessità di guadagnare qualche soldo. Ma a suo modo è stato molto coraggioso anche Louis Favre, l’uomo che si era messo in testa un sogno e ha fatto di tutto per inseguirlo, senza sapere se mai sarebbe riuscito a completarlo. Da una parte gli operai, quindi, dall’altra gli ingegneri e i finanziatori: è stato solo grazie a questa collaborazione tra persone molto diverse che la galleria è stata portata a termine. 

Sono le diverse radici che stanno alla base di un vero e proprio mito svizzero...

Sì, in fondo, quest’unione di intenti rispecchia quello che è un carattere tipicamente svizzero. Un paese situato saldamente nel centro nevralgico dell’Europa che non può non trarre forza anche da chi gli sta accanto. E da questo punto di vista il tunnel è altamente simbolico, perché è un’opera che favorisce contatti, incontri e comunicazione. È un qualcosa che sento anche mio: essendo figlio di immigrati spagnoli in Svizzera, là su quei cantieri avrebbero potuto lavorare pure miei parenti.

E invece in cosa si è sentito vicino al personaggio di Louis Favre?


Mi sono ritrovato nella sua forza di volontà, quella che lo ha spinto a non fermarsi mai per andare sempre più lontano. Sono sfide, che pur con le debite differenze cerco di affrontare anch’io, ogni giorno, nella mia vita da artista. Per questo, è stato piacevole immergermi nel suo percorso psicologico, nella sua testardaggine. Una lotta continua contro i propri limiti che l’ha portato prima alla follia e poi addirittura a una morte precoce.

Senso della sfida e voglia di “andar lontano” che segnano profondamente anche la sua biografia...


Sono cresciuto a Losanna e, come tanti figli di immigrati, all’inizio ho sentito il bisogno di trovare una mia identità. Fare musica mi ha aiutato, perché il mondo dell’hip hop e del rap mi ha insegnato molto. Poi, dopo l’esperienza dei primi videoclip, il mio interesse per l’immagine è cresciuto sempre più, finché non sono approdato al cinema. E così sono andato a vivere a Parigi, poi in Spagna e in fine l’ultima tappa dove mi trovo adesso: gli Stati Uniti.

Un viaggio che è passato attraverso tappe importanti: un ruolo in James Bond 007 – Casino Royale, un film con Pedro Almodóvar...

In una carriera ci sono dei momenti-faro. Oltre a quelli che hai detto, non posso dimenticare il mio primo film Snow White, presentato proprio a Locarno. E poi, in Spagna, non c’è stato solo Almodóvar, ma ho fatto anche l’esperienza di recitare in serie tv importanti e di successo. E adesso che sono approdato a Los Angeles continuo ad apprezzare di più le serie tv rispetto al mondo del cinema hollywoodiano. Ma d’altra parte, anche Gotthard, lo testimonia su un fronte europeo. Quando la televisione riesce a mettere insieme una coproduzione internazionale si possono creare cose di grande qualità. Dai costumi alle scenografie, passando per il lavoro sul set di attori bravi come Miriam Stein, Maxim Mehmet e Pasquale Aleardi che qui – mi preme ricordarlo – ci hanno regalato un’interpretazione davvero maiuscola.

Lorenzo Buccella
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