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Ritratto: Kabir Bedi

Piazza Grande – Mohenjo Daro

Kabir Bedi

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Esordire interpretando il pirata malese Sandokan è una fortuna, ma può anche significare imbattersi in un'icona che può ingabbiarti. Non è valso per Kabir Bedi, viso ieratico e lineamenti potenti, capace di disegnare su se stesso l'amore e l'avventura, lo ieratismo e la paternità, la forza e la fragilità. A questo va aggiunto che Bedi, per formazione e crescita aperto e curioso del mondo, ha percorso i suoi 70 anni (e 45 di carriera) senza mai fermarsi, senza pregiudizi, senza aver paura. Ha cercato tanti modi d'espressione, ha conquistato l'Italia e in quest'ultima parte di carriera si è (ri)preso Bollywood. Nel frattempo ha incarnato uno dei cattivi più efficaci della saga di James Bond, divertendosi poi a inserirsi sempre più prepotentemente nell'immaginario mondiale come guest star di soap e serie tv tra le più famose, soprattutto negli Stati Uniti. Un domatore di linguaggi espressivi, che ipnotizza con uno sguardo tra i più affascinanti e un talento forse unico nella naturalezza della messa in scena della fantasia, di personaggi e ruoli che schiaccerebbero altri, ma non lui. Succede anche in Mohenjo Daro, persino in un peplum preistorico non perde quel carisma, anzi lo vede accresciuto. Perché, alla fine, con quella faccia da straniero, sembra soltanto un uomo vero, uno metà pirata e metà artista, come cantava Moustaki.

 

Boris Sollazzo
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