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Intervista a Jane Birkin

Pardo alla carriera

Jane Birkin

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© Nico Bustos

Lei è stata un’icona di stile e trasgressione all’epoca della Swinging London. Cosa ricorda di quei tempi?

Non molto! Forse guardando indietro oggi sembra più importante, ma per noi la Swinging London era giusto qualcosa di eccitante – King’s Road, la new Fashion, il fatto che per la prima volta la moda non era una cosa per quarantenni, ma rivolta ai giovani. Era magnifico vedere tutte queste minigonne sfilare per Londra.

 

È bastata soltanto una scena di Blow Up di Michelangelo Antonioni per lanciarla nell’Olimpo delle stelle. Com’è andata?

Antonioni era un maestro e un gentiluomo. Era una grande perfezionista, credo fosse un architetto prima di essere un regista. Aveva il controllo su tutto – non gli piacevano i vestiti che indossavo per la scena, che avevo comprato a King’s Road, così li ha cambiati e poi ha cambiato il mio colore di capelli, e alla fine ha cambiato anche i colori sul set, controllava ogni singolo dettaglio. Quando mi ha chiesto di spogliarmi per la scena, ho chiesto a mio marito all’epoca, John Barry, e mi ha detto: «Michelangelo Antonioni è il più grande regista al mondo. Se devi essere nuda, meglio lo sia per lui».

 

Poi è arrivata la collaborazione artistica con Serge Gainsbourg. Da icona della moda è diventata un’icona musicale. La musica era già parte della sua vita?

Ho fatto un musical a 17 anni. Sapevo di avere voce, ma il mio tono era piuttosto alto. E ovviamente ero sposata con John, uno dei più grandi compositori per film, così capitava che cantassi ogni tanto. Ma fu Serge ad avere l’intuizione, mi chiese di cantare in tono ancora più alto, ed è così che Je’t aime…moi non plus venne fuori. Era considerata troppo scandalosa per essere realizzata come singolo, così decidemmo di produrre un album intero, per nasconderla in mezzo alle altre canzoni. Ma divenne un tale successo che io e Serge finimmo per realizzare una registrazione all’anno, fino alla sua morte…

 

Lei ha lavorato con i più grandi registi. Ne ha uno preferito e cosa ha imparato da loro?

Jacques Doillon era il più esigente, girava una scena anche cento volte. Quello che cercava veramente era un incidente, qualcosa di inaspettato davanti alla macchina da presa. Una grande lezione. Agnès Varda è la persona più curiosa che abbia mai incontrato – non ha mai smesso di esserlo per tutto. Ricordo che una volta eravamo insieme a uno scalo all’aeroporto di Madrid, e pensavo che ci saremmo giusto sedute a bere un drink quando disse: «Dobbiamo sbrigarci e andare a vedere il Prado!» e mi ci ha trascinato. Lo stile di lavoro di Jacques Rivette era il più affascinante – non avevi idea di cosa trattasse il film, ti dava un pezzo di carta con alcune note su ciò che avresti girato quel giorno, e scoprivi solo il giorno dopo di cosa parlava la scena, e solo alla fine delle riprese di cosa parlava il film, se avevi salvato tutti i pezzetti di carta!

 

E poi ha deciso di passare dietro la macchina da presa. Come è successo?

Era la mia storia, ho deciso che ero la persona migliore per raccontarla. Sono stata molto fortunata con il cast, a trovare due attrici di talento per interpretare le mie ragazze, Natacha Régnier e Adèle Exarchopoulos, prima che diventasse famosa con La vita di Adele. Ho chiesto a Geraldine Chaplin di interpretare me, ha detto: «Mi hai mancato per dieci anni, però posso interpretare tua madre!»

 

A Locarno la vedremo anche in un ruolo insolito in un piccolo film diretto da Timo von GuntenLa Femme et le TGV. Cosa l’ha attratta del progetto?

Ho amato questa storia di solitudine, e il fatto che fosse basata su una persona reale. Abbiamo girato per una settimana, ogni giorno, dalle otto della mattina a mezzanotte, ma ne valeva la pena. Ognuno era giovanissimo e pieno di energia, l’ho amato. 

 

Massimo Benvegnù
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