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Intervista a Mario Adorf

Pardo alla carriera

© Sabine Cattaneo

Signor Mario Adorf, attraverso la sua sterminata galleria di personaggi, la sua figura si è guadagnata un posto centrale nell’immaginario tedesco. Come sono cambiati i suoi personaggi con il cambiare del contesto storico del suo paese?

Sono soprattutto i tempi storici ad aver subito un cambiamento che inevitabilmente ha riversato le sue influenze anche sullo sviluppo dei film, in particolare attraverso la pressione esercitata dal mezzo televisivo. Naturalmente, con l’avanzare della mia età, poi si sono trasformati anche i ruoli che ho interpretato.

 

Lei ha mosso i suoi primi passi professionali nel cinema tedesco degli anni Cinquanta che – come riassume il titolo della nostra retrospettiva – è stato tanto amato quanto poi rifiutato…

Per quanto riguarda il cinema tedesco del dopoguerra, in particolare quello degli anni Cinquanta, c’è una distinzione da dover fare. Da una parte, oltre a quelli musicali, c’erano i film commerciali che raccontavano il paese in modo leggero e spesso superficiale. Dall’altra, c’era lo sforzo serio di alcuni registi che affrontavano e rielaboravano la terribile esperienza passata del nazionalsocialismo. Ma di fatto, questi ultimi film meritevoli sono stati poi infilati in un unico calderone assieme a quelli commerciali dalla generazione successiva, tanto che sono finiti nel dimenticatoio quanto quelli di qualità inferiore. La mia fortuna, comunque, è stata quella di ricoprire i miei ruoli all’interno della produzione più seria e impegnata di quella cinematografia: Nachts, wenn der Teufel kam (Ordine segreto del III Reich) di Robert Siodmak, Das Totenschiff (SOS York) di Georg Tressler e Das Mädchen Rosemarie (La ragazza Rosemarie) di Rolf Thiele.

 

Come giudica adesso le esperienze cinematografiche di quel periodo?

Penso che si possa farne una rivalutazione in positivo, perché alla luce dei nostri giorni abbiamo l’opportunità di riscoprire quei film, valutandoli in tutta oggettività per quello che sono stati: nobili tentativi di registi impegnati a cercare un proprio cinema.

 

Nella sua vasta carriera, lei è riuscito sempre a passare da ruoli comici a ruoli drammatici, ma soprattutto dal cinema di impianto popolare a grandi registi come Edgar Reitz, Volker Schlöndorff, Rainer Werner Fassbinder. Cambia anche il modo di recitare, quando si cambiano questi orizzonti?

La fortuna per un attore che si è formato a teatro è proprio quella di essere spronato a cimentarsi in ruoli sempre diversi, a differenza di quanto succede al cinema e ancor più nella televisione di oggi, dove invece molto spesso si è chiamati a ricoprire delle tipologie fisse. In questa maniera ci si fa la nomea di essere versatili e questa è una vera risorsa, perché si viene apprezzati non solo da chi si muove nel cinema più popolare, ma anche da autori importanti come quelli che ha citato lei. Tuttavia non penso che uno cambi il proprio modo di recitare a seconda delle categorie in cui viene impiegato.

 

In questa sua grande versatilità, sembra esserci comunque un punto in comune, una sorta di taglio ironico che lei pare conservare anche di fronte a scenari più drammatici…

Non saprei di dire se si tratti di ironia o meno. Però penso che quest’impressione sia dovuta a una spiegazione più generale. Non mi sento di appartenere a quella categoria di attori che si identificano in modo totale con il loro personaggio. Con i miei personaggi ho sempre mantenuto una distanza controllata in senso brechtiano.

 

Se in Germania lei è stato un punto di riferimento cinematografico, importanti sono state anche le sue lunghe collaborazioni con il cinema italiano (da Dario Argento a Luigi Comencini, passando per Antonio Pietrangeli e Florestano Vancini). Senza dimenticare l’incontro con mostri sacri a livello mondiale come Billy Wilder e Sam Peckinpah. Che ricordi conserva di quelle esperienze?

Il fatto che Luigi Comencini mi abbia chiamato dalla Germania per portarmi in Italia durante quell’irripetibile stagione degli anni Sessanta ha rappresentato una delle più importanti occasioni della mia vita. Anche se non mi è stato possibile collaborare con i grandi maestri del cinema italiano di quel periodo come Fellini, Visconti, Rosi, Monicelli, ricordo quegli anni come i più belli e felici della mia esistenza. È stato un vero piacere anche l’incontro con Billy Wilder, benché il film Fedora non faccia parte dei suoi maggiori capolavori. Invece, aver lavorato con Sam Packinpah in Major Dundee (Sierra Charriba) è stata un’esperienza drammatica che mi ha fatto capire come l’America non potesse essere una delle mie terre più amate.

 

In Piazza Grande viene mostrata la pellicola del 1959 Am Tag, als der Regen kam (Il diavolo che uccide così?) di Gerd Oswald, che ci fa sprofondare in un ambiente cupo e drammatico. Che cosa ha rappresentato per lei quel film?

A dir la verità, questo è un film che non volevo fare, perché a quel tempo mi sembrava assolutamente improbabile, se non addirittura impossibile, che dopo l’esperienza terribile del nazionalsocialismo in Germania potesse tornare a esistere ancora qualcosa di simile ai neonazisti. E cioè quello che poi avrei dovuto interpretare. Purtroppo mi sbagliavo. Non so se rivedere oggi questo film possa confutare il mio scetticismo di allora. 

 

Lorenzo Buccella
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