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Conferenza di Jean Douchet: Fritz Lang

Retrospettiva

Source: Deutsches Filminstitut, Frankfurt

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Alla scoperta di uno dei cineasti imprescindibili della storia del cinema: Fritz Lang, autore austriaco emigrato negli Stati Uniti e poi brevemente tornato in Europa, fa parte della costellazione di film presentati nella Retrospettiva di quest'anno. Der Tiger von Eschnapur (La tigre di Eschnapur, 1959) e Das indische Grabmal (Il sepolcro indiano, 1959) hanno segnato il ritorno in Europa del regista, ma sono stati perlopiù incompresi dalla critica  di allora: smarrimento e raccapriccio di fronte a un regista che si butta in un filmone d'avventura, dalle ambientazioni esotiche e posticce. Una voce si leva a sostenere la scelta di Lang: è quella di Jean Douchet che dai Cahiers du Cinéma parte proprio dall'apparente anomalia degli ultimi film per andare a scoprire la poetica coerente e lucida di Lang. «Per comprendere che cosa sia il cinema basta ripercorrere gli ultimi film della carriera di Lang, tra America e Europa: The Big Heat (Il grande caldo, 1953), Beyond a Reasonable Doubt (L'alibi era perfetto, 1956), Der Tiger von Eschnapur, Das indische Grabmal, fino a Die 1000 Augen des Dr. Mabuse (Il diabolico Dr. Mabuse, 1960)» dichiara Douchet che terrà una coferenza sul soggetto domenica 7 agosto (PalaVideo, ore 15.30). «Lang era di formazione architetto e lo si può vedere dalla costruzione dei suoi film – in cui passa dalla fissità dell'immagine all'esplorazione del movimento – progressivamente è stato in grado di liberarsi di questa precisa geometria per lasciare spazio all'astrazione». Un'introduzione estetica all'autore che si offre come «l'esplorazione di una delle possibili piste aperte dalla Retrospettiva di quest'anno» dichiara Roberto Turigliatto, che introdurrà l'incontro. 

 

Daniela Persico
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