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5 imperdibili biopic sui pittori (e un bonus)

"Paula" – Christian Schwochow

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© Pandora Film_Martin Menke
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Se Paula, presentato in Piazza Grande, ci porta alla scoperta della vita e dell’arte della pittrice tedesca Paula Modersohn-Becker (1876-1907), straordinaria anticipatrice delle avanguardie pittoriche troppo spesso dimenticata, ecco altri cinque film da (ri)vedere dedicati a narrare, con approccio realistico o onirico, mistico o umoristico, vite di artisti.

 

1. Lust for Life (Brama di vivere) – Vincente Minnelli, 1956

Ideato dall’elegante cineasta a cui Locarno tributò la Retrospettiva 2011, Lust for Life racconta nevrosi e grandezza di Van Gogh, colto nel momento in cui, fallito il suo disegno di vivere da predicatore, sceglie di dedicarsi alla pittura, sostenuto dal complice di una vita (il fratello Theo, mercante d’arte) e spalleggiato con un filo d’ostilità dal collega Gauguin (Anthony Quinn). Sostenuto dall’interpretazione stupefacente di un Kirk Douglas che è Van Gogh con tutto il cuore, il film è costellato dal confronto tra paesaggi e personaggi filmati e la riproduzione che ne dà il pittore, come a sottolineare il divario tra il mondo come lo si vede e come lo sa vedere un vero artista.

 

2. Andrej Rublëv  – Andrei Tarkovsky, 1966

Certo, parlare di biopic per questo capolavoro immenso (in tutti i sensi: la durata supera le tre ore) è un po’ riduttivo, ma come perdere l’occasione per ricordare il lucente bianco e nero con cui Tarkovskij illustra la vita del pittore d’icone Andrej Rublëv (1360-1430)? Dell’artista, il cineasta segue il lungo percorso in cerca della propria arte: essa sorgerà dal confronto con una Russia segnata da saccheggi e violenza (un po’ troppo allusiva, per l’establishment sovietico) e con varie tipologie d’artista: l’ambizioso che letteralmente “vola troppo alto”, il buffone che diverte il popolo, il pittore affermato, il costruttore di campane. Solo a fine film le icone variopinte di Rublëv  spezzano il nero che ha dominato per ore; e nell’osservare lo scorrere dei dipinti, scopriamo che è prendendo spunto da questi che Tarkovsky ha costruito situazioni, pose, gesti; così che, quando finalmente le icone fanno capolino, ecco che hanno assunto una cert’aria di famiglia.

 

3. Frida, naturaleza viva – Paul Leduc, 1983
    Frida – Julie Taymor, 2002

Le due Frida, s’intitola un celeberrimo dipinto della pittrice messicana Frida Kahlo. Nel quadro, l’artista si rappresenta sdoppiata: da una parte, la Frida messicana, con un abito tradizionale che marca la sua appartenenza al proprio paese; dall’altro, la Frida “internazionale”, vestita con elegante tenuta colonica. Ecco, un rapporto simile sta tra le Frida di Julie Taymor e di Paul Leduc. Smaccatamente hollywoodiana la prima: avvalendosi di una caterva di star (dalla protagonista Salma Hayek a comprimari quali Alfred Molina, Edward Norton e Geoffrey Rush), Julie Taymor propone una biografia colorata e romanzesca che non teme eccessi e grazie ad animazioni colloca gli attori dentro le visioni di Kahlo. Più legata alla cultura messicana e al suo immaginario onirico, l’opera di Leduc inscena i ricordi dell’artista sul letto di morte, in una rievocazione non sequenziale e quasi senza dialoghi di aneddoti della sua vita.

 

4. Persepolis – Vincent Paronnaud e Marjane Satrapi, 2007

Prima fumetto autobiografico, poi film d’animazione, Persepolis racconta il cammino della sua autrice Marjane Satrapi (alla regia con Vincent Paronnaud) dal natio Iran, dove il suo ribelle spirito critico la porta presto, ragazzina, a scontrarsi con gli integralisti appena saliti al potere, alla volta di Vienna e poi Parigi, dove si confronta con la nostalgia per la patria e con l’incomprensione verso i problemi di essa. La trama non si sofferma sulla formazione artistica della futura fumettista, artista e cineasta, ma questa ci viene “raccontata” dal film stesso, attraverso le animazioni che lo compongono, nate dalla sua penna.

 

5. Mr. Turner – Mike Leigh, 2014

È una creatura bizzarra, il Mr. Turner di Mike Leigh: il regista scansa la consueta struttura del biopic che, con toni epici, segue l’affermarsi del genio, optando invece per descrivere il pittore inglese attraverso episodi apparentemente insignificanti: le negoziazioni per affittare una camera con vista, la cantata improvvisata insieme a una dama, il rapporto con un collega sfortunato. Eppure, da questo catalogo di piccole circostanze emerge a poco a poco il ritratto di un personaggio che avanza verso la modernità come il mondo intorno a lui, un mondo in cui i paesaggi sono spezzati dalla ferrovia e la pittura si trova a concorrere con la fotografia; Turner risponde inserendo nelle sue marine navi a vapore ed elaborando un nuovo modo di dipingere, stendendo i colori con le dita e sputando sulla tela, come un Pollock primo Ottocento. Apprezzatissima performance di Timothy Spall.

 

Bonus: la miniserie Desperate Romantics – creata da Peter Bowker e Franny Moyle, 6 episodi, 2009

Tra i rischi che corre chi s’imbarca in un biopic c’è il lasciarsi sopraffare dall’ammirazione per il proprio personaggio, perdendosi in una sua celebrazione acritica che ne tralascia i lati umani. Questo rischio è scongiurato con humour nella miniserie britannica Desperate Romantics, dedicata a narrare l’affermazione dei Preraffaeliti Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais e William Holman Hunt. Narrata dal punto di vista di un fittizio amico dei pittori, figura che permette agli autori di introdursi nell’intimità delle loro case, la serie punta il dito non solo sulla rivoluzione artistica generata dai tre giovani, ma anche sul loro lato meno nobile, tra ingenuità, ambizione e meschineria, con uno spirito irriverente che non cancella l’apprezzamento per le loro opere.

Sara Groisman
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