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Versus: The Life and Films of Ken Loach

Histoire(s) du cinéma

Versus: The Life and Films of Ken Loach

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Ken Loach lo studente. Ken, il giovane idealista. Ken, il regista televisivo. Ken, il cineritrattista della classe proletaria che prova sempre ad andare in paradiso, ma alla fine, se le va bene, rimane in purgatorio, magari ridendo amaro. Il più grande pregio del docubiopic Versus: The Life and Films of Ken Loach di Louise Osmond – una che da giornalista e da regista condivide l'impegno e l'impeto morale e civile del cineasta – è proprio quello di dirci, fin dall'inizio, chi è Ken Loach. Uno che si mette in pensione nel 2014, dopo mezzo secolo di immagini in movimento e di movimenti in immagini, per poi tornare sui suoi passi perché i Tories sono tornati al potere. E lui deve fare qualcosa. Ricominciare. Vincere una Palma d'Oro, ad esempio, o tornare al Festival del film Locarno con il suo film forse più impietoso sul capitalismo cannibalesco di questa modernità decadente, I, Daniel Blake.
E questo passaggio di carriera e di vita risulta naturale ed evidente in tutta la sua potenza solo se vedi i quasi 90 minuti che Louise dedica a Ken, con lo stile BBC fatto di un montaggio grammaticalmente perfetto, una musica onnipresente, una fotografia classica. E quel Loach che timidamente si fa riprendere seduto, a disagio perché lui è abituato a guardare il mondo, non a essere osservato. Ken, il rosso. Per una volta non solo politicamente, ma anche per l'emozione di chi non è abituato a raccontarsi, ma a raccontare. 

Boris Sollazzo
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