News from the Locarno Festival
 

I, Daniel Blake

Piazza Grande

I, Daniel Blake

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© JOSS BARRATT - SIXTEEN FILMS

Dire il proprio nome. Con questa semplice azione si apre e si chiude l’ultimo film di Ken Loach. Come se nulla più del nome fosse rimasto ai lavoratori cui il regista inglese ha dedicato la sua opera.

Daniel Blake porta un nome da profeta e lo stesso cognome del visionario poeta e incisore settecentesco. Nonostante le apparenze è un uomo dolce e affidabile come il legno che ha lavorato per tutta la sua vita. Costretto all’inattività da problemi cardiaci, è intrappolato negli assurdi ingranaggi della cassa malati; in una sala d’attesa incontra una giovane madre a cui presta aiuto fino a diventarne amico. Il sistema previdenziale con cui i due devono interfacciarsi sembra uscito da un romanzo di Kafka, se non che nella mente dello scrittore di Praga i formulari e gli uffici senza personale erano fini a se stessi, mentre subappaltare la cassa malati ad agenzie esterne è un chiaro tentativo, da parte delle amministrazioni comunali, di estromettere chiunque non sia al passo con i tempi.

Retto da una sceneggiatura di ferro scritta dal fedele Paul Laverty, il film propone una discesa negli inferi del XXI secolo, dove tutte quelle piccole certezze accumulate passo dopo passo (la casa, gli arredi, gli abiti) si vedono sgretolate. Di fronte a una storia che calca i toni, Loach opera per sottrazione, chiedendo ai suoi attori di tenere dentro di sé tutta quella rabbia e quel dolore che esploderanno a tempo debito. Anche la messa in scena è di una sobrietà ammirevole: in fondo è proprio il modo in cui Loach guarda e ci presenta i suoi protagonisti a farne degli eroi loro malgrado – ovvero delle persone che si ha voglia di ammirare, di abbracciare e di difendere. Quasi a far sì che quell’io del titolo diventi, una volta usciti dalla sala cinematografica e confrontati con il corso della vita, un più rassicurante noi. 

 

Carlo Chatrian
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