News from the Locarno Festival
 

Blog del Direttore artistico
Graphic novel e oltre

"Pour en finir aver le cinéma", Blutch

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"Eros", Lorenzo Mattotti

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In questi anni la Graphic novel ha invaso gli schermi cinematografici, portandovi il suo tratto iperrealistico. Dopo alcuni timidi tentativi il mondo dei supereroi – sostenuto dalla potenza di fuoco della grossa distribuzione e dalle nuove potenzialità del digitale – è riuscito a operare una felice trasmigrazione verso gli schermi cinematografici completando forse il più naturale dei processi. Era allo schermo del cinema e al suo potere d’impatto sull’immaginario che si ispiravano i primi fumetti e, ora che il cinema necessita di nuova linfa, è normale che il fratello minore sia corso in aiuto. Che lo si veda come un primo soccorso o come una potente e organizzata invasione, è gioco forza notare come la programmazione cinematografica sia segnata da questo fenomeno che finisce per toccare, con il suo universo facilmente riconoscibile, anche chi è meno sensibile a tale linguaggio.

Si potrebbe dire che la rivoluzione digitale abbia trovato nell’universo Marvel il suo più congeniale campo d’azione. Eliminate le sfumature e le debolezze che rendono l’uomo diverso dal supereroe, il cinema del XXI secolo sembra aver sposato la tensione cinetica che vibra nelle vignette – dove il movimento è cristallizzato in segni grafici ed espressioni ricorrenti. Il cinema che nasce da questa idea è un linguaggio formattato, che si appoggia a soluzioni ricorrenti e gioca le sue carte sulla riconoscibilità di personaggi – non a caso i racconti richiedono una moltiplicazione infinita di nuove figure e infiniti ritorni. Non è un cinema di effetti speciali ma di speciali strutture semantiche, che si ripetono. A parte felici intuizioni narrative, i film di supereroi hanno ben poco da dire in termini cinematografici mentre sono estremamente efficaci in termini estetici e quindi d’impatto sull’immaginario. Ovviamente, il quadro è molto più articolato e comprende operazioni in cui la marca autoriale si contamina con il forte imprinting fornito dal modello, creando interessanti risultati (vedi ad esempio i primi Batman o il lavoro svolto da Raimi su Spider-Man); quello che qui importa è però la visione d’insieme e la forza d’impatto del fenomeno.

Pensando che il compito di un festival come Locarno sia fornire un contrappunto alle linee dominanti, abbiamo deciso di indagare l’universo della Graphic novel da una prospettiva particolare. Lasciando da parte questo fenomeno di trasmigrazione, abbiamo cercato di andare alle radici del rapporto tra due strumenti espressivi da sempre in dialogo. Immagini e parole vibrano congiuntamente nel cinema, rendendo quasi impossibile ogni tentativo di analisi disgiunta. Il fumetto ha invece dalla sua la possibilità di accostare immagini e parole senza confonderle. Ogni lettore di Graphic novel sa che la prima lettura riposa spesso sulle parole mentre la seconda fluttua tra le vignette alla ricerca di quei messaggi nascosti tra le pieghe dei colori e delle forme che compongono le immagini. Ci sono vignette fatte di sole parole e altre concepite come sole immagini.

Il doppio percorso di Blutch e Mattotti tende proprio a riscoprire il linguaggio della Graphic novel, ripulendolo da ogni patina seriale e lasciando che le sue componenti primigenie si esprimano liberamente. Pur essendo creatori di personaggi indimenticabili – penso a Spartaco per Mattotti o a Blotch per Blutch – i due artisti non si confondono con le loro creazioni ma entrano con esse in un dialogo le cui forme non finiscono per affascinare. E’ proprio la questione della distanza (la giusta distanza come dicono i documentaristi) a essere posta e a trovare ogni volta una soluzione diversa. Fare un fumetto è concepire un mondo che si esprime attraverso il personaggio. E lo sforzo operato da entrambi è guardare al mondo interiore come la tela su cui disegnare le forme e i rapporti tra cose e persone.

Autori difficilmente catalogabili, animati da una visionarietà unica, Blutch e Mattotti artisti hanno contribuito ad arricchire il discorso, qui appena accennato, spingendolo in direzioni seducenti quanto lontane. La presenza di questi due artisti, da sempre affascinati dal cinema ma produttori di opere che sono restie ad essere adattate sul grande schermo, ci ha aiutato nel compito che – lo ricordiamo – non è quello di operare traduzioni da un linguaggio a un altro ma di leggere il cinema attraverso un altro riflettore. Realizzare una graphic novel quando lo si fa in modo organico, comporta la risoluzione di questioni che sono molto simili a quelle affrontate da un cineasta: come dare forma a un mondo? Che posto prendere in tale contesto? Quale ruolo dare allo spettatore? …

Parlare di Graphic novel come modello per film da farsi è un modo per mettere l’accento sul fatto che persino la pratica più mimetica ha bisogno di un lavoro preliminare di messa in scena. Un paesaggio, un volto, una scena esistono sempre in funzione del soggetto che li guarda e decide (o no) di rappresentarli. Prendere tra le mani un lavoro qualunque di Blutch e Mattotti – a chi, come me, da mesi vaga in visioni disordinate – ha l’effetto salutare di riportare prepotentemente in scena questioni basilari quali il fuoricampo o l’ellisse – per non parlare del ruolo primordiale ricoperto dal colore. Sono questioni che il cinema spesso dà per scontate, seguendo quello che è il cosiddetto flusso del reale che è poi il modo in cui la doxa vuole che si guardi alle cose. Il fumetto in questo ha una radicalità visionaria davvero preziosa.

Lasciando ad altra sede una disamina più puntuale delle caratteristiche dei due autori invitati, concludo affermando che il tratto che ci ha affascinato di più e che ci ha spinto ad affiancare le loro presenze senza ridurle a un discorso unitario è la loro abilità nel variare tono e registro, stile e linguaggio. Tanto per ribadire che il fumetto – come il cinema che amiamo – non è mai uno perché non è mai lo stesso. Perché, come accade con Blutch e Mattotti, è sempre dove meno te lo aspetti: a volte fa capolino tra le pieghe del reale altre si prende la briga di chiudere i conti con il cinema, a volte sfida l’adattamento più scontato altre si declina in prima persona come il più moderno dei film-je. A questa varietà che rima con libertà rende omaggio la quarta edizione de L’immagine e la parola.

Carlo Chatrian
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