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Edoardo Albinati

Carlo Chatrian

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Che sia la scuola la tela di fondo su cui Edoardo Albinati ha pensato di tinteggiare il suo affresco, dove politica, biografia, indagine giornalistica, sport, analisi antropologica e sociale confluiscono, non è un caso. La scuola è il primo esempio di comunità con cui si entra in relazione. È lì che si sperimenta l’incontro con l’altro: non quell’anima che romanticamente ci viene incontro e neppure l’antagonista che ci permette di definirci, ma quell’essere da cui facciamo fatica tanto ad aderire quanto a prendere le distanze. È lì che ci si confronta e ci si scontra con la pluralità delle regole (e delle eccezioni). La scuola è il luogo in cui la sicurezza del “mio banco” appare da subito come un’isola in un mare in tempesta. Più che la parola (appresa) è il gesto, il tono, l’espressione a contare: la scuola è la palestra dove sgrossare quelle doti di attore che diverranno poi il bagaglio dell’uomo.

Curiosamente per una disciplina che fonda il suo linguaggio sulla discontinuità (del montaggio), la scuola al cinema è stata rappresentata come un “continuum”, uno spazio retto da un’unità incrollabile, spesso incarnata dalla comunità degli studenti. Questa visione esalta il potere autoritario insito nell’istituto che si pone come un prolungamento della famiglia, il primo cerchio sociale; all’opposto ne La scuola cattolica Albinati inventa una scrittura capace di restituire all'istituto quella frammentarietà che le è propria, almeno dagli anni Sessanta, ovvero da quando entra in crisi il ruolo della società e delle classi sociali. La scuola non è spazio di coesione ma quel luogo dove le crepe, che già la famiglia mascherava a fatica, vengono alla luce per esplodere poi nel passaggio alla vita lavorativa. La scuola descritta da Albinati è quel luogo in cui l’io si struttura non in opposizione all’altro o come parte di un “noi”, ma nel vuoto relazionale che è la tragedia di fondo dell’epoca moderna. Questo vuoto si traduce in un silenzio che pesa. Una silenziosa distanza prende posto tra genitori e figli, tra insegnanti e allievi, tra compagni di classe. Senza questo scenario, apparentemente banale a cui lo scrittore dedica lunghe e precise pagine, non è possibile comprendere l’esplosione che ha contraddistinto un’epoca e ha segnato più di una generazione. Esplosione di cui l’efferato delitto della Villa del Circeo – che sta al centro del romanzo – è solo il vessillo più tragicamente luccicante. 

La crisi di un modello educativo – che per fortuna ha ancora figure di genitori e di insegnanti da proporre (a uno di questi docenti Albinati dedica un sentito quanto originale tributo) – è il basso comune su cui si sviluppa tanto la trama tragica del libro quanto il magma di personaggi e piccole storie che zampillano nelle sue 1300 pagine. La struttura aperta di questo personale “zibaldone” è il riflesso di un’analisi storica e sociale. A dispetto di una voce narrante, definita fin dalle prime pagine, il racconto abdica a ogni tentativo di unitarietà. La digressione è l’espediente narrativo che non solo tiene viva la tensione ma rispecchia il caos in cui si trova a vagare una psiche collettiva. La scuola cattolica è, infatti, un libro-mondo, un libro che ha l’ambizione di tratteggiare la radiografia di una generazione. Un libro pensato secondo le regole del montaggio cinematografico aggiornato al tempo di internet. Albinati usa la prima persona come un collante tra materie e stili diversi (poetico, riflessivo, cronachistico, discorsivo), un po’ come accade con la voce narrante nei noir americani – privati però di quell’happy-end che dava la parvenza di un ristabilimento dell’ordine. Nel libro l’ordine non c’è più. È qualcosa che echeggia lontano o che palpita sommesso dalle scrivanie chiuse a chiave dei papà. Mentre questi sono ombre, imponenti nei loro studi, le madri sono figure più enigmatiche. Le madri degli altri: icone di seduzione e di mistero che il cinema ha ben raccontato nei toni della commedia e in quelli del dramma; figure che restano sempre su un crinale molto sottile, come in procinto di un’esplosione, così fragorosa da sconquassare il sistema costituito. Uno scoppio inatteso e inappellabile: così è la bestemmia della signora Rummo, squarcio di verità e dolore, di tragedia e comicità, in quel micro-racconto che finisce incastonato nel libro-fiume come un piccolo gioiello.

Se la scelta di un io ipertrofico, onnipresente, e a volte un tantino indisponente, può fare pensare a Nanni Moretti e al suo uso di una prima persona come personaggio e narratore, per Albinati il fine ultimo non è tanto l’autoritratto quanto la descrizione di un interno con personaggi. La sua posizione si contamina con una visione sociale derivata dalla frequentazione e la conoscenza dell’universo di un altro regista italiano, Marco Bellocchio. Se Moretti declina la visione della famiglia e le sue ossessioni sulla scuola in termini da commedia, e così di fatto pur criticandole non le rinnega, Albinati le prende invece sul serio, finendo per mettere allo scoperto uno stato di crisi profonda in cui versano entrambe le istituzioni. Il suo libro non è dunque un diario, ma un trattato – una sorta di oratorio funebre di una classe, quella borghese, su cui il cinema ha costruito buona parte del suo immaginario. La scuola cattolica – l’istituzione che di quella classe era bastione e fondamenta – è dunque un libro al passato che si proietta verso il presente. Un racconto orizzontale a scatole che si aprono come le finestre di un computer, che vogliono restituire, senza impoverirla, la complessità di un mondo che sta all’origine di quel marasma sociale e culturale che stiamo sperimentando in questo scorcio di millennio.

Carlo Chatrian

 

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