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Elogio degli attori

Il n’y eut peut-être des vraies stars que dans des moments d’expansion de l’industrie des images
Serge Daney

A still of film Three Billboards Outside Ebbing, Missouri

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Uscito nel 1988 quando la televisione aveva già toccato il suo apice e incominciava e vedere il tramonto, Le salaire du zappeur appare oggi come un tuffo in una civiltà perduta: parla di un’epoca trascorsa forse troppo rapidamente e di cui faccio fatica a trovare traccia, se non nella mia memoria di spettatore poco più che adolescente. Oggi il ruolo e la scena televisiva sono cambiati drasticamente; lo stesso schermo tv non è più lo stesso. Paradossalmente si è avvicinato a quello cinematografico: più grande, più selettivo nell’offerta, più appartato nella sua posizione all’interno dell’abitazione. Non ha più nulla di quella interfaccia tra il cittadino e il mondo che per una generazione, la mia appunto, ha avuto. Oggi l’industria delle immagini vive su altri supporti. Molto più di quanto accadeva in tv, la maggior parte delle immagini oggi hanno come soggetto il corpo umano o anche il solo volto. E spesso – troppo spesso - un corpo che ci chiede di emularlo. Molto più di quanto accadeva con la tv, la moltiplicazione delle immagini e il loro essere a disposizione di tutti ne ha favorito l’omologazione. Come scrive Jonathan Franzen in Farther Away, “anziché mappare l’io all’interno della narrazione, [internet] mappa l’io all’interno del mondo. Anziché le notizie, le mie notizie”.

Quando Daney parla della differenza che intercorre tra star del cinema e star delle tv o anche una semplice vedette, l’immagine corre al presente. Chi sono le star del XXI secolo? Che ne è rimasto della star all’epoca di Instagram e del selfie?

Mai come oggi gli attori indirizzano il mercato, popolano l’immaginario, determinano la produzione cinematografica, anche e soprattutto quella indipendente. Non sono certo le star all’antica, quelle che preservando una distanza tra la vita e l’immagine pubblica finivano per comunicare a un pubblico in cui le diverse età, cultura e sesso non contavano. Oggi le star - se ancora la parola ha il senso che gli attribuiva Daney – devono comunicare se stessi, far sapere con chi stanno, dove vanno in vacanza, cosa indossano nel tempo libero. Oggi le star sono, loro malgrado, degli influencers; ovvero degli indicatori, indirizzano il pubblico non a quel desiderio puro, che soggiace al meccanismo di proiezione (mi proietto nella star per vivere qualcosa che non mi appartiene), ma un desiderio finalizzato all’acquisto di qualcosa (vedo qualcosa e lo compro). Non potendo comprare il corpo, comprerò l’indumento che lo ricopre, il luogo che ha frequentato…

In questo schema dalle regole sempre più rigide, il cinema come fabbrica di storie risulta spesso penalizzato. In fondo le storie dei film non servono a molto; di certo non servono a fabbricare star. Le star vivono di immagini cristallizzate, presentazioni sui red carpet replicate all’infinito sui social. O tutt’al più vivono di scene memorabili che durano il tempo di una riproduzione sul social di riferimento (Facebook, Twitter, Instagram...) Se questo è lo schema di base non solo non serve esseri attori per diventare star (questo è vero in ogni epoca) ma essere attori al servizio di un personaggio finisce per diventare controproducente.

 

***

 

Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è un film che fin dal titolo sceglie di non percorrere la strada della semplicità, quella strada della comunicazione diretta che tanto ama i film memorizzabili in una o due parole al massimo. È un film che non si lascia a ridurre a un’immagine o a una scena – sebbene diverse scene forti, anche memorabili, lo punteggino, ma che vive insieme ai suoi personaggi. È un film che non si avvale della presenza di star ma che anzi chiede ai suoi attori un lavoro di sottrazione nell’interpretazione. È un film che esalta la tecnica degli interpreti ma anche la loro disponibilità a calarsi nei panni di personaggi ordinari, mettendo in evidenza le loro debolezze, testardaggini, vizi. È un film che convince proprio perché a primo acchito suona come sgradevole, volgare – nel senso etimologico del termine, ovvero di qualcosa che viene dal volgo.

Su una storia tragica, che pesca alla grande tradizione del noir, quel genere che si confronta con il male assoluto, quel male a cui non è lecito dare un volto, Martin McDonagh ha saputo innestarvi una base molto concreta. Vestiti e parole hanno il sapore della terra, di chi ha le mani sporche e il cui alito spesso è pesante come le scarpe che indossa.

Non è dunque una sorpresa vedere nel cast tre magnifici attori che, ognuno a modo proprio, ama il suo personaggio prima che se stesso. Così è Frances McDormand nel ruolo di Mildred, madre di Angela, giovane violentata e uccisa, il cui caso attende ancora una soluzione. Così Woody Harrelson, nei panni dello sceriffo Bill Willoughby, chiamato in causa dai manifesti commissionati da Mildred, incapace di rispondere alle richieste della donna così come non può sconfiggere la malattia che lo divora dall’interno. Così è Sam Rockwell, poliziotto Dixon soggiogato da una madre dominante e da un gusto per la sbruffoneria che ne rivela una personale fragilità.

Martin McDonagh ha predisposto una storia in cui ogni personaggio ha una sottile ma fondamentale evoluzione. La storia, quella della ricerca del colpevole dell’omicidio di Angela, è quella di una crepa che s’insinua nella fragile umanità di provincia americana e mina quelle poche certezze che ancora le restano. Alla fine sarà proprio quell’impercettibile cambiamento a rendere sopportabile una situazione che in fondo non è per niente diversa da quella di partenza. E il cambiamento in questione non sta tanto nelle pieghe di una narrazione che non prevede inseguimenti, interrogatori, processi ma semmai mette in evidenza il suo fondo violento tramite scazzottate, duelli verbali, calci proibiti, incendi, pistole che echeggiano in fuoricampo. La storia del film procede sul volto e sul corpo degli attori che senza modificare in modo sostanziale loro recitazione, lasciano intendere che qualcosa è cambiato. Questo giocare sui dettagli (una camminata, il modo di salutare o di rispondere con lo sguardo) è un processo tipicamente cinematografico, che non si rivela, ma ha bisogno di uno spettatore immerso nella storia e nei personaggi per coglierne le sfumature. A differenza di molti noir contemporanei che estremizzano la violenza della storia quasi per metterla tra parentesi, Three Billboards Outside Ebbing, Missouri è un film che tocca per l’umanità che i personaggi comunicano nel loro essere anti-eroi, nel loro essere coriacei fuori ma deboli dentro – deboli dall’inizio alla fine – capaci però di saper trovare nelle loro debolezze il modo di uscirne fuori. Se il mondo fuori dall’inquadratura dà l’impressione di essere tanto brutto e violento quanto quello rappresentato, quella sottile comunicazione che si crea tra i tre personaggi – nonostante le opposte posizioni – dà modo di intravedere tra le nebbie del presente una delicata rete di salvataggio.

Carlo Chatrian
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