News from the Locarno Festival
 

Olivier Assayas: "Non ci sono regole"

Presidente di giuria Concorso internazionale

Olivier Assayas: "Non ci sono regole"

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1.
Quest’anno è a Locarno come presidente della giuria internazionale e avrà un ruolo importante nell’assegnazione del palmares. Quali sono, se ci sono, le coordinate cinematografiche che dovrà avere il film che vincerà il Pardo d’oro 2017?

La regola è che non ci sono regole. Non ho idee preconcette o dogmi. Il bello del cinema è la sua diversità, la sua capacità di essere contemporaneamente arte alta e popolare. Di generare capolavori tardivi e lavori visionari che precorrono i tempi.
Credo sia ancora essenziale, se parliamo di cinema e non di industria dell’audiovisivo, essere sempre in contatto con la dimensione sperimentale del cinema. Sono convinto che il ruolo del cinema indipendente non sia ripetere formule già viste, aggrapparsi a vecchie storie e teorie, morali convenzionali, ma di esplorare l’infinito della grammatica cinematografica, ricercando la purezza del suo linguaggio così come le nuove forme della narrazione visuale. And sotto questo aspetto essere selvaggiamente originali

 

2.
Cosa ricorda delll’ultima volta che è stato in giuria a Locarno?

Udo Kier che ricatta il direttore del festival per far sì che uno sponsor regalasse un orologio a tutti i componenti della giuria.
Scherzi a parte, era il 2004 e assegnammo il Pardo d’Oro a Private di Saverio Costanzo, un film che mi piacque moltissimo. Fu l’ultimo film italiano a vincerlo.

 

3.
I suoi film sono sempre stati accolti nei maggiori festival. In un mercato che spesso dà poca visibilità a un cinema più marginale e fuori dagli schemi, che importanza hanno i festival oggi?

Non sono sicuro di essere d’accordo. Rispetto a qualche tempo fa c’è una maggiore visibilità per il cinema indipendente e di molte culture diverse. Questo grazie al lavoro dei festival, dei giornalisti, ma anche della Rete e più in generale del villaggio globale. Sono affascinato dalla velocità con cui oggi possiamo venire a conoscenza di opere coraggiose, sperimentali, che arrivano da luoghi lontanissimi e che una volta sarebbero state sotto i radar.
È una dimensione fondamentale per la cultura cinematografica e il ruolo dei festival è proteggerla e continuare con il lavoro che hanno brillantemente costruito.
Per la cronaca, il mio primo film selezionato per il concorso in un festival fu Fin Août, al festival di San Sebastian nel settembre del 1998. Era il mio ottavo film.

 

4.
Piattaforme come Netflix e Amazon hanno cambiato il panorama cinematografico contemporaneo, nella produzione e soprattutto nella distribuzione. La vede come un’opportunità o una minaccia per il cinema indipendente?

Hanno davvero cambiato la situazione? Forse sono male informato, ma non vedo differenze tra le polemiche che si stanno creando oggi rispetto a quando i canali televisivi iniziarono a produrre per il cinema, come Elephant di Gus Van Sant, prodotto dalla HBO e vincitore della Palma d’oro a Cannes. Sono stato coinvolto in questo dibattito quando girai Carlos, totalmente finanziato dal canale francesce Canal+. Cos’è il cinema, cos’è la televisione? Per quanto mi riguarda, un film può durare cinque ore e mezzo, ma lo giro nello stesso modo, con la stessa troupe, con la stessa libertà. La differenza è che ho avuto più tempo, più soldi e più materiale visivo e narrativo emotivamente intenso. Quindi, era meno film o più film? Una produzione non avrebbe mai finanziato un film come Carlos, per molte ragioni. Troppo lungo, senza nomi di richiamo, con risvolti politici controversi, girato in più lingue. Lo vedevo come un film che poteva essere finanziato solo da una televisione e sono sicuro che Bong Joon-ho abbia fatto lo stesso ragionamento per Okja.
Non dobbiamo confondere Netflix con Amazon. Amazon è al momento una nuova realtà nel panorama produttivo. Hanno finanziato film come quello di Jim Jarmusch o di Kenneth Lonergan che hanno avuto una vita distributiva tradizionale. Sono stati presentati in anteprima in grandi festival internazionali per poi essere distribuiti nelle sale.

 

5.
L’ultima volta che è venuto a Locarno è stata per la proiezione di Sils Maria, accompagnato dalla grande Juliette Binoche. Poi ha lavorato ancora con Kristen Stewart e nel suo prossimo film dirigerà Sylvester Stallone. Quale criterio usa nella scelta dei suoi attori?

Ho un progetto con Sylvester Stallone, ma il mio prossimo film sarà in francese e girato per la maggior parte a Parigi. Non ho nessun criterio se non che ho il bisogno di sentire che parliamo la stessa lingua, ovvero che ci rapportiamo al cinema come forma d’arte. E inoltre devo percepire che quel determinato attore può portare al personaggio qualcosa che non avevo previsto nella mia originaria visione. Questa ulteriore dimensione è per me l’essenza di come la vita innaffi il cinema. Ho girato indifferentemente con star internazionali e attori non professionisti. Ma io non dirigo gli attori. Collaboro con loro.

 

6.
Lei ha una solida conoscenza della storia del cinema. La retrospettiva dedicata a Jacques Tourner ha un ruolo importante nel programma di Locarno70. Qual è stato il contributo di Tourner alla storia del cinema?

Ho sempre ammirato Jacques Tourner, era uno straordinario esteta con una profonda consapevolezza del mistero, della poesia e dei generi. I suoi film che mi hanno maggiormente influenzato sono stati Cat People, Out of the Past e Anne of the Indies. Nei suoi film migliori era evidente l’influenza del genio di Fritz Lang. Devo ammettere che sono molto eccitato all’idea di essere qui quest’anno e di avere l’ooportunità di colmare le lacune che ho della sua straordinaria filmografia.

Lorenzo Buccella
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