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Cinefilia oggi

Cinefilia oggi

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A pochi giorni di distanza sono mancati due uomini che hanno creato film indimenticabili, l’uno distillando la luce e l’altro andando a raccogliere parole inespresse o da tempo dimenticate. Le loro attività e il loro peso nella storia del cinema sono incommensurabili e non avrebbe senso accostarli.

Io non ho avuto il privilegio di conoscerli. Non ho la pretesa né la possibilità di ricordarli con pensieri che vadano aldilà del comune sentire; tuttavia la loro scomparsa mi porta a riflettere sul significato della mia cinefilia, una parola che oggi viene usata in modo un po’ generico.

Mi domando che cosa mi ha permesso di incontrare il lavoro di Robby Müller e riconoscerlo anche quando da un registro passa a un altro – ricordo che la voglia di esplorare la sua attività mi è venuta vedendo Dead Man di Jim Jarmusch, dove la pellicola a tratti si fa così materica da sembrare una vecchia litografia. E al contempo, più o meno negli stessi anni, come io abbia avuto modo di intercettare l’opera di Claude Lanzmann. O meglio il “suo” film. E sentire l’urgenza non solo di vedere Shoah più di una volta ma di mostrarlo ad altri – persino a una classe di liceo a cui facevo una supplenza di una settimana!

In effetti, non c’è un punto di raccordo tra un direttore della fotografia che ha segnato il cinema moderno e un autore letterario prestato al cinema, di un uomo che ha “usato” il cinema come rilevatore della luce e di un altro che l’ha adoperato come uno strumento affilatissimo per la ricerca. L’unico raccordo è nelle persone come me – penso siano tante – che si sono nutrite delle visioni di Müller e delle parole e dei luoghi registrati da Lanzmann. L’attenzione assoluta alla superficie delle cose, al modo in cui la luce cade su di esse, e il peso specifico di un campo che vibra nell’assenza di ciò che è stato e la cui traccia è da scovare come farebbe un archeologo sono modalità distinte, debitrici di prassi cinematografiche che all’epoca delle sale da cinema avrebbero presupposto pubblici diversi.

Se la cinefilia dei nostri padri era selettiva e per formarsi creava categorie e nemici contro cui scagliarsi, la cinefilia della mia generazione è inclusiva. Ha la pretesa di abbracciare tutto. Forse è perché siamo arrivati quando il terreno era già tracciato e siamo come un nipote che esplora una soffitta polverosa: riusciamo ad appassionarci per oggetti appartenuti a persone diverse e finiti lì per caso. È la cinefilia di chi si è formato sul piccolo schermo e ha poi trasferito quella bulimia nelle sale da cinema, volendo vedere tutto e cadendo preda di se stesso.

La mia generazione non ha prodotto steccati, anzi prova piacere a saltare le barriere, pescando spesso in modo incoerente nell’underground e nel cinema popolare, nel genere e nel documentario. Riusciamo a dare senso a questa caotica, inesausta, ricerca? Non lo so e forse non è neppure importante saperlo. Il XXI secolo magari ci racconterà che l’universo non ha coerenza; la fine del XX ci ha già detto che gli elettroni si muovono in modo non definibile, sostituendo al concetto di individuazione quello di probabilità. Allora il diverso rigore che Robby Müller e Claude Lanzmann rappresentano non solo può convivere ma ci fa del bene. Ci àncora a una tradizione che giorno dopo giorno viene meno. È l’eredità della pellicola, di chi lavorava sapendo che ogni immagine sarebbe rimasta impressa in un rettangolo di spazio, piccolo, in movimento, ma comunque visibile e misurabile. Ogni immagine, un fotogramma. C’è un’etica insita in quest’equivalenza invisibile all’occhio, per cui prima di premere il bottone, si guardava al diaframma, ai livelli di luce, si guardava nell’obiettivo non una ma dieci, cento, volte, perché le immagini filmate dovevano essere simili ma diverse dalla realtà percepita. Era l’inganno di quel reale potenziato dallo sguardo del regista, come un isotopo – un reale dotato di una carica e capace di quindi di creare attrazione. E poi c’è un altro livello in cui quest’etica si esprime, è quello che precede non solo il ciak ma anche la presenza della macchina da presa. E’ quando si pensa a ciò che si filmerà e ancor più a ciò che non si sarebbe filmato, perché non c’è più o perché non va mostrato. È quando la mente, la memoria, l’immaginazione creano il film prima che questo avvenga. È l’idea che un’immagine è sempre più grande di ciò che riproduce e che il compito è dare ragione di questa grandezza, anche decidendo di filmare il vuoto, perché poi quando quell’unica prova dell’indicibile appare avrà un sapore unico. Ecco, Lanzmann e Müller sono per me oggi i due guardiani di questa concezione multipla, difficile da spiegare, ma terribilmente preziosa se non indispensabile per il cinema anche nell’era digitale.

Carlo Chatrian
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