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Blog del Direttore artistico
In ricordo di Paulo Rocha

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In ricordo di Paulo Rocha

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Roisan, 29 dicembre 2012. Ore 16,12

In questo giorno luccicante, dove la luce all’orizzonte tra neve e alberi promette viaggi e incontri, non posso non pensare al viaggiatore Paulo Rocha. Il più nipponico tra i registi portoghesi, epico e cosmogonico come i grandi poeti della sua nazione. Mi piace pensare che al luccichio di questo giorno concorrano alcuni frammenti del suo Rio do ouro.

Luis Miguel Cintra lo ha definito un orafo. E davvero vedendo i suoi film si ha l’impressione che racconti, realtà e attori fossero come oro tra le sue mani. Materia preziosa da plasmare ma anche da trattare con estremo rispetto. Lo stesso rispetto che Paulo Rocha ha avuto nel corso della sua carriera nei confronti della materia “cinema”. A ripercorrerli oggi – giocando con le distorsioni che una memoria appassionata inevitabilmente introduce – i suoi film sembrano percorrere un unico ininterrotto filo: tanto nel libero fluire di uno sguardo influenzato dalla nouvelle vague in Os verdes anosquanto nel procedere per quadri nell’epico A ilha dos amores, tanto nello sguardo magnetico della sua musa Isabel Ruth quanto nella chitarra di Carlos Paredes. Come un viaggiatore Paulo Rocha sapeva instillare nelle sue inquadrature il senso dell’inedito e questo a dispetto di un percorso che lo ha tenuto lontano dal riconoscimento – anche quello riservato  gli autori più estremi e rigorosi – quale lui era.

Manoel de Oliveira ha affermato che Rocha resta per il Portogallo il paradigma della modernità. Nutriti di cinema e letteratura, i suoi film resistono al tempo. Moderni senza dubbio, perché inscritti a quel pensiero che, a partire dagli anni 50, ha riformulato un rapporto con la realtà, ma anche e sempre inattuali. Ben prima del suo unico detour giapponese (che ha prodotto almeno tre film memorabili: a Ilha dos amoresA ilha de Moraes e O desejado), Rocha ha coltivato l’arte della distanza. Lo ha fatto quando ha preso un episodio di cronaca e ne ha tratto un opera intima e personale (Os verdes anos) e lo ha ribadito con un melodramma che vive tra barche e reti, tra influenze brasiliane e nipponiche (Mudar de vida). Anche i ritratti a cineasti amici – Oliveira o arquitecto e Shohei Imamura, le libre penseur, sorta di fratelli maggiori  – sono stati un modo più per prendere le distanze da se stesso che un percorso di adesione ad altre poetiche. Ma è nel film che ha dedicato alla sua terra, al fiume d’oro che attraversa la sua Porto, che l’inattualità di Rocha viene maggiormente alla luce. Così lo stesso Rocha descriveva il progetto: “Ci sono attori, sangue, gelosia. tradimenti, ma non è un dramma. C’è il paesaggio del Douro, barche, bruma, le stagioni dell’anno, ma non è un documentario. E’ lirico, talvolta epico, come un videoclip, una romanza popolare, o il canto di un trovatore con fogli volanti in vendita , di quelli che si udivano risalendo il fiume, nei battelli intorno agli anni ’40.”

A metà strada tra il musical e il melodramma italiano O rio do ouro resta un’opera magica. Un film tra i vari (ma non troppi ) realizzati da Paulo Rocha in cui il cinema – arte dello spazio che crea un tempo nuovo – si palesa e offre la sensazione che ci sia ancora un’isola da scoprire al prossimo stacco o alla fine di un movimento di macchina.

Carlo Chatrian

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