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Artistic Director's Blog
Film - for imagining what will be

L'inhumaine by Marcel L'Herbier, 1924

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Il tempo è la materia di cui sono fatti i film. Nessun cineasta più di Víctor Erice ha consapevolezza di questa verità. I suoi film – spesso citati e purtroppo non così frequentemente visti – lavorano nel tempo e con il tempo. Tutti, dai più corti ai più lunghi, dai più lineari ai più articolati riescono nell’impresa di allargare la percezione temporale: i dieci minuti di Alumbramento capaci di racchiudere, nell’attimo in cui una creatura viene alla luce, la vita di un’intera comunità ne sono forse l’esempio più lampante. Virtù del montaggio, ma anche di una scrittura che pesca dalla vita quella profondità necessaria a dare un respiro più ampio alle immagini. Forse per questo i film di Erice hanno storie che da intime si fanno universali. Così è nel folgorante esordio El Espiritu de la colmena (Lo spirito dell’alveare), dove l’universo circoscritto di uno sperduto villaggio nella pianura castigliana si apre di colpo nel momento in cui la sensibilità di una bambina incontra il “Frankenstein” di James Whale. Realizzato nel 1973, il film è ambientato negli anni Quaranta, all’indomani della guerra civile. Sul nastro del tempo si srotola anche il successivo El Sur (1983), opera mai finita e proiettata a Cannes contro la volontà dell’autore. Realizzato a dieci anni di distanza, anche questo secondo lavoro si proietta nel passato. Protagonista e voce narrante è una donna, che ricorda la figura misteriosa del padre. Il film si ferma proprio prima del viaggio verso quel sud promesso dal titolo. Erice vi avrebbe voluto girare tutta la seconda parte di un film che, pur nella sua incompletezza, conserva intatta la forza di una struttura narrativa – in cui il ricordare gioca un ruolo centrale – e una visionarietà poetica che fa il paio con la messa in luce inEl Espiritu de la colmena. Affascinato da come la luce arriva a dare un tratto diverso alla realtà, rigoroso e poetico nel suo lavoro al montaggio, Erice trova queste caratteristiche rilanciate nel pittore Antonio Lopez, con cui realizza El sol del membrillo (1992). Il film, quasi si trattasse di un diario di bordo, segue la fabbricazione di un dipinto, che ha come soggetto un anonimo melo cotogno. Nel film, che insieme al quadro accoglie la vita quotidiana del pittore, le rotte sono dettate dagli incontri e dal variare della luminosità. Qui più ancora che nei precedenti lavori il tempo diventa il soggetto del filmare, un tempo esperito prima che misurato dal trascorrere dei giorni.

Erice è il cineasta che più ha segnato la nuova generazione di registi spagnoli, che sulle sue tracce hanno cercato di oltrepassare i confini dei generi e delle durate per dare una forma unica al loro pensiero. Nel recente Vidros Partidos (2012) è la forma del saggio a essere accolta: lo spunto è dato da una vecchia fotografia che inquadra una moltitudine silenziosa nel grande refettorio di una fabbrica tessile. Davanti all’istantanea, in una scansione che detta i giorni delle riprese, sfilano quasi si trattasse di un cast una serie di uomini e donne che snocciolano tra testimonianze e interpretazioni la loro storia con la fabbrica. Il film – parte dell’opera collettiva Centro Histórico – prosegue quel discorso ininterrotto sul tempo e sul cinema come veicolo di attuazione della memoria. La bellissima chiusa dedicata agli occhi degli operai colti nell’istantanea è in questo senso una splendida idea di commiato.

Come Erice stesso ha affermato, “Nell’arte il problema non è tanto avere idee, ma trovare il modo di esprimerle, di dar loro corpo e vita”.

Esprimere al cinema equivale dare anima e corpo alle proprie idee, incarnarle in modo che restino impastate con i colori sporchi della vita – in una stratificazione di tracce che se non paiono visibili al primo sguardo pure restano sotto la superficie. È quanto accade al pittore López quando per dare una composizione più forte al suo quadro non esita a cancellare il lavoro fatto, sapendo che tutto rimane. Questo pensiero, che fa tutt’uno con la fotografia con cui si chiude Vidros Partidos, acquista nell’era digitale un significato quasi rivoluzionario. Quando si lavora con il tempo, nulla si cancella. Ma come in un flusso di coscienza anche i ricordi più lontani possono improvvisamente venire alla luce.

Carlo Chatrian

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