News from the Locarno Festival
 

Oltre Mario

Michèle Volontè, Mario Botta and Loretta Dalpozzo

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Mario Botta and Marco Solari

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Mario Botta

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La prima emozione è stata lunga settantasette minuti e profonda come una preghiera. Mario Botta. Oltre lo spazio è stato il primo film di Locarno71, protagonista della prima notte in sala dell’imminente edizione del Locarno Festival. Una proiezione speciale in un GranRex pieno. Sullo schermo e sul palco un artista, un architetto, ma soprattutto un uomo: Mario Botta. Lui, che detesta la definizione “archistar” pur rientrando a pieno titolo nell’Olimpo che quella definizione vorrebbe descrivere, e che le registe Loretta Dalpozzo e Michèle Volontè hanno seguito per nove mesi.

«Rispondendo “sì” alla nostra proposta del documentario Mario aggiunse: “vi dò nove mesi, sarà il vostro figlio - raccontano all’unisono le due registe, amiche da 25 anni e per uno intero fianco a fianco nella narrazione di un’icona dell’architettura internazionale - Quel "sì" arrivò il 17 luglio 2017 e oggi, 31 luglio 2018, siamo a Locarno».

Come si racconta mezzo secolo di carriera in 77 minuti?

«Facendo una scelta, scegliendo un angolo, un punto, uno sguardo. Il nostro è stato quello dello spazio sacro, dell’architettura di Mario Botta dedicata ai luoghi della sacralità, della religione. Un viaggio nel presente, nel passato e nel futuro, iniziato cinquant’anni fa con la prima cappella, proseguito tra chiese e sinagoghe, in una basilica in Corea del Sud e oggi concentrato nel progetto della moschea in Cina. Mario Botta ha attraversato e attraversa le tre religioni monoteiste, un tema di enorme attualità che muove una doppia riflessione: sua e nostra».

Il film svela un altro Botta?

«Le domande che ci si può porre lavorando a uno spazio sacro, elaborando il sacro, sono interrogativi che lui si pone continuamente. Dallo spunto architettonico, materico, di una pietra che si posa per sempre - difficilmente un luogo di culto viene poi smantellato - all’apertura di riflessioni che vanno ben oltre lo spazio funzionale. Abbiamo visto e conosciuto una persona di grande spessore umano, che nella sua “bottega” ha saputo instaurare interazioni bellissime, preziose. Con i suoi venti collaboratori chiacchiera, dialoga continuamente, li incoraggia. Abbiamo scoperto un Mario Botta che vive del suo lavoro, in cui si immerge totalmente, tanto da non accorgersi quasi della nostra presenza, ma allo stesso rispettandola, artisticamente e logisticamente. La sua fiducia è stata onere e onore; con lui abbiamo conosciuto la sua famiglia, i figli, la moglie, i nipoti e personaggi straordinari che incontra nel suo viaggiare per il mondo. Siamo rimasti stupiti tutti, nella crew, dalla sua disponibilità, dal suo renderci così incredibilmente accessibile quel suo mondo. Così come è stato curioso vederlo stupirsi della sua fama, chiedersi perché in Asia gli chiedano autografi o lo studino all’università. Lui è completamente nel suo lavoro, osserva quello che fa, non chi lo fa. Lui, di sè, non ha una visione reale, come può averla chiunque conosca la sua notorietà. Forse è anche per questo che detesta la definizione “archistar”. Per lui il primo ruolo dell’architetto è sociale».

Produttivamente come avete lavorato?

«Lo abbiamo seguito, mai fermato, perché la sua prima risposta è sempre “non ho tempo”. Lavora tantissimo e noi lo abbiamo letteralmente accompagnato al lavoro e nel lavoro. Ne è uscita una foto inedita, unstaged. È stato davvero meraviglioso come ha esteso il suo studio a noi. Noi c’eravamo, sempre, e lui era sempre microfonato. Per le riprese abbiamo voluto lavorare tanto con la steadycam, per restituire una dimensione umana dello spazio architettonico, rendendolo più accessibile al pubblico, nel rispetto di un'architettura che del film è comunque e ovviamente co-protagonista».

Reazioni del Maestro?

«Il timore c’era, anche perché se non è contento lo dice chiaramente. Ha voluto vedere il film per la prima volta quando era finito, da solo. Poi ci ha chiamato, ed è stata una bellissima telefonata».

 

 

Alessandro De Bon

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