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Tra le porte d’albergo di un intrigo

Tra le porte d’albergo di un intrigo

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Incontrarsi una notte a Beirut e finire inghiottiti nel gorgo di un intrigo fatto di paure, desideri, ricatti e violenze.

O detto in altre parole, bruciare in dieci giorni una storia d’amore lungo il fondale notturno di una paese, il Libano, che è sempre in bilico tra la guerra e la pace. Questa, la miccia che innesca Beirut Hotel, il nuovo noir di una regista come Danielle Arbid, libanese di nascita ma trapiantata da anni a Parigi, la cui presenza a Locarno si è fatta felice consuetudine.

Tante pellicole selezionate nel corso degli anni (Aux frontières (2002) e Étrangères (2002), Smell of Sex (2008), ma robusto anche il palmarès  che le ha consentito di portare a casa una prestigiosa doppietta in quello che allora si chiamava Concorso video:  nel 2000, Pardo d’argento con Seule avec la guerre, nel 2004 Pardo d’oro per Conversations de salon.

E ora il ritorno a Locarno che sprofonda sensualmente nelle tinte noir di una Beirut in cui tutto può sfuggire di mano da un secondo all’altro, soprattutto se lo scandaglio visivo viene filtrato attraverso i luoghi passe-par-tout di stanze d’albergo, sedili di macchine, sale concerto e strade scisse tra luminarie moderne e bui del passato.

È in questa parte benestante della città, dove ricchezza e potere adombrano background di ricatti e violenze, che un uomo e donna finiscono per cozzare casualmente l’uno contro l’altro, innamorandosi di colpo. Lei (Darine Hamze), voce suadente sotto folta chioma nera, è una cantante libanese, perseguitata dal marito da cui vorrebbe divorziare. Lui (Charles Berling), un avvocato francese, in missione per affari in Medio Oriente, e ben presto sospettato di essere una spia al servizio degli israeliani.

E ben presto, l’avventura amorosa si fa avventura tout court, strattonata nel garbuglio di complotti e negli odori di guerra che stanno dietro alle mille luci di Beirut.

Lorenzo Buccella
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