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Le confessioni di un anziano misantropo

Le confessioni di un anziano misantropo

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Il nuovo lungometraggio di Jean-Claude Brisseau, La Fille de nulle part, è un commovente ritorno alle origini. Autoprodotto e interpretato dallo stesso Brisseau, il film è perlopiù girato nell’appartamento del regista, un po’ alla maniera dei film amatoriali dei suoi esordi, e il digitale (che qui Brisseau utilizza per la prima volta) sostituisce il super 8.

Il film fa pensare a quelle opere di cineasti che non hanno più nulla da dimostrare ma continuano ad avere l’urgenza di sperimentare. Più che un gesto di rassegnazione, la scelta di un soggetto così circoscritto (la relazione platonica tra un vecchio professore e un’emarginata) e la modestia di mezzi ci sembrano un’autentica dimostrazione di resistenza politica ed economica, un vero e proprio manifesto di cinema militante. Poiché nelle mani di un cineasta ossessionato dallo stile e dalla forma set ridotto al minimo e micro budget non significano dilettantismo.

La regia è l’essenza dell’opera di Brisseau, e La Fille de nulle part è una vera lezione di cinema. Se da un lato ritroviamo le preoccupazioni mistiche e morali dell’autore, con nuove incursioni nel paranormale e nello spiritismo, dall’altro La Fille de nulle part si arricchisce di una dimensione emotiva che lo sottrae al mero trattato teorico.

Con il ritratto di questo anziano misantropo e realista, Brisseau ci consegna una strana confessione intima, sacrificando per la prima volta l’autobiografia senza tuttavia rinunciare alla passione per il romanzesco.

Olivier Père
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