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La grazia e la grinta: Faye Dunaway

La grazia e la grinta: Faye Dunaway

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Dopo Jacqueline Bisset e Anna Karina, Locarno diventa casa per un’altra grande signora del cinema come Faye Dunaway, a completare l’elegante tris femminile che quest’anno si affaccia sul palco del Festival. Facce d’angelo per scelte e caratteri ribelli, in grado di mettere in frizione e, a volte, sovvertire i clichés legati alla bellezza della donna sul grande schermo.

E da questo punto di vista, la biografia di Faye Dunaway – che venerdì 9 agosto in piazza Grande verrà omaggiata con un Leopard Club Award – non è solo una cavalcata di film che hanno segnato la storia del cinema, ma è anche un percorso capace di condensare ossigeno e tempeste di un’intera stagione culturale. Basti pensare che il suo debutto a teatro avviene sotto lo sguardo autorevole di Elia Kazan, proprio mentre ancora gravita con i suoi primi passi in quella fucina di talenti che è stato l’Actors Studio del tempo.

E se il salto al cinema la vede già nella sua seconda pellicola passare per le mani di un altro grande regista come Otto Preminger, con Gangster Story (1967) di Arthur Penn entra in una di quelle pellicole-sentinella che, pur rimanendo classiche nell’impianto, assorbono e incanalano nuove sensibilità generazionali nel grande tessuto cinematografico americano. Il duetto con Warren Beatty riproietta la leggenda di Bonnie & Clide sul fondale di un mondo e di un’inquietudine giovanile già in fermento.

La nomination all’Oscar che il film le procura, diventa una folata di vento che le consente di infilare una serie di pellicole di peso, facendola duettare con Kirk Douglas in The Arrangement (ancora Kazan, alla regia) e con Dustin Hoffman in Little Big Man (ancora di Penn, alla regia, 1970). Senza dimenticare la sua fuga precedente in Italia, dove nel 1968 incontra Marcello Mastroianni sul set di Amanti di Vittorio De Sica.

La sua è un’avvenenza altera che sa farsi presenza ravvicinata, tanto che a cavallo tra gli anni Sessanta e i Settanta la Dunaway diventa icona popolare, impegnata in un tour di riprese che la mettono al centro degli schermi e delle attenzioni. Con un'altra grande opera come Chinatown (Roman Polanski) nel 1974 si prende la seconda nomination all’Oscar, continuando un periodo di massimo fulgore che la inserisce nel cast stellare del claustrofobico The Towering Inferno, non disdegnando le scorribande nel thriller politico di Sydney Pollack Three Days of the Condor.

Fino al film che verrà riproiettato durante la 66esima edizione del Festival del film Locarno, Network di Sidney Lumet, opera grazia alla quale Faye Dunaway  nel 1977 vince Golden Globe e Oscar per la miglior interpretazione femminile. Un sigillo, per quanto simbolico, che chiude il suo miglior decennio, senza per questo impedirle, anche in altri periodi, di tornare alla ribalta come quando negli anni Novanta Emir Kusturica la mette a fianco di Jerry Lewis e Johnny Depp, in Arizona Dream (1993).

Lorenzo Buccella
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