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Blog del Direttore artistico
Retour sur Cannes (1) Il corpo e il genere

Grigris by Mahamet Saleh Haroun

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Grigris descrive una singolare lotta tra corpo (dell’attore) e genere (del film). La prima parte del film di Mahamet Saleh Haroun sembra quasi un documentario sullo straordinario corpo di Souleymane Démé: la scoperta delle potenzialità del ballerino irrompe fin dalla prima inquadratura e determina la messa in scena. Filmare il corpo in azione non aiuta a sviluppare un racconto; richiede anzi contemplazione. Il corpo impone al film un andamento che gioca sull’accumulo e la ripetizione. Le affascinanti scene che hanno al centro Grigris e i suoi balli hanno richiesto un distinto uso di riprese (abbandono del PP) e un montaggio interno più tradizionale che riduce la portata dell’ellissi (cosi cruciale nei film di Haroun). Anche il trattamento delle luci tende a esaltare questo corpo spezzato in due, con le gambe magrissime da una parte e il torso in cui muscoli raccontano di un esercizio durissimo dall’altra. Ciò che affascina nel corpo di Souleymane Démé è la sua prossimità a una visione da CG : i suoi balli producono movimenti e coreografie che un umano non può compiere. Con un’azione – etica prima che estetica – Souleymane ribalta la condizione di malato (che il racconto rovescia sul padre adottivo) in superuomo/performer. La presenza di un corpo così importante finisce tuttavia per paralizzare ogni altra opzione, tanto che per sviluppare un racconto al regista non resta che affidarsi alla marca forte del genere. Invece di costruire una storia su questo corpo dinoccolato che, per mettere in atto una passione folle (la danza), si è dato una disciplina ferrea, si adagia a riprendere figure cristallizzate (il gangster, la pupa, il braccio destro del capo…) e scene a esso connesse. Nell’attribuzione di ruoli e nello sviluppo delle azioni il film sembra sovrapporsi a uno schema ben preciso; così la deriva nell’illegalità da parte di un personaggio positivo non può che portare a una situazione tragica, che il film risolve con un simpatico coup de théâtre. Il finale con il villaggio retto dalle donne che assumono la funzione di “deus ex machina” è al contempo un po’ schematico e felice – ma anch’esso è debitore di una matrice documentaria, se è vero che tale villaggio realmente esiste ed è il risultato un progetto di recupero sociale portato avanti da un’associazione culturale. Ritorna così la tensione più forte del cinema di Haroun, quella che si rivolge a ciò che il reale offre e alle sue singolari aderenze con un immaginario cinematografico. Se il suo film di esordio (Bye Bye Africa) era un viaggio nel cinema che scompare, qui è come se avesse voluto portare quello stesso cinema di genere tanto amato a nuova vita, usando come “pre-testo” lo straordinario corpo di Souleymane Démé.

Anche Alain Guiraudie calca il terreno instabile della sovrapposizione tra corpo e genere. L’inconnu du lac ambienta una trama da poliziesco in uno scenario insolito, una tranquilla spiaggia che d’estate diventa un luogo di “cruising”. Il corpo non è più singolare: alla perfomance si sostituisce la presenza di diversi uomini nudi, con i loro fisici, più o meno ben modellati. L’ingombrante presenza del sesso è centrale, ma viene risolta rapidamente: un primissimo piano di un’eiaculazione toglie ogni ambiguità sulla posizione del regista rispetto al tema e fa capire che non c’è intenzione di cadere nel gioco del voyeurismo. L’unica scena in cui Guiraudie adotta una prospettiva in cui un uomo guarda senza essere visto è quella dell’omicidio. Franck attratto dal corpo di Michel lo osserva giocare in acqua con il suo amante e, anche quando si accorge che il gioco diventa serio, resta paralizzato dalla visione. Protetto dal bosco che circonda il lago, Franck incarna dilemma molto “fassbinderiano” che attraversa tutto il film: ovvero il dissidio insolubile tra ciò che detta una posizione etica e ciò che impone la passione. La messa in scena di Guiraudie è al riguardo esemplare, riducendo tutto il racconto a un solo luogo esalta il potere creatore del cinema. Impossibile da trascrivere sulla carta L’inconnu du lac è un film che vive nel rapporto tra le inquadrature, in una geometria dei luoghi che disegna precise traiettorie di tensione, con la spiaggia a fare da soglia tra il lago e il bosco, due luoghi potenzialmente pericolosi e legati dunque tanto al sesso quanto alla morte. Il film di Guiraudie è da questo punto di vista classico, non si concede detour, né pause decorative: personaggi (con la figura sacrificale del confidente e quella tra il comico e la macchietta dell’ispettore), trattamento della luce (splendido il trascorrere dal crespuscolo alla notte), gioco tra i piani, tutto concorre a definire il centro del racconto che avviluppa sullo snodo pericolo/piacere. A differenza però di quanto potrebbe accadere in un film di Hitchcock, qui il corpo (maschile) resta il luogo del racconto; non viene ovvero mai strumentalizzato dalla messa in scena per rilanciare la tensione ma è l’elemento che bilancia, in un sottile equilibrio, la forza del puro lavoro di messa in scena.

Carlo Chatrian
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