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Jean-Stéphane Bron

Jean-Stéphane Bron (regista)

All’inizio delle riprese, nell’aprile 2011, i sondaggi annunciavano che l’UDC aveva superato il 30% dei consensi. Mi sono chiesto se il cinema non avesse il dovere di occuparsene.
C’è una relazione evidente tra questo film e le mie opere precedenti: se Mais im Bundeshuus – le génie helvétique era un documentario sul periodo prima della crisi e Cleveland contre Wall Street un documentario che mostrava la crisi, L’Éxperience Blocher tematizza il dopo-crisi. Il fil rouge tra queste tre opere è il riflettere sulla democrazia, e nell’ultima il fulcro è costituito dalla domanda: chi è Christoph Blocher? Con questo film volevo offrire la mia prospettiva; infatti il titolo non è “il sistema Blocher” ma L’Expérience Blocher, e al centro non sta tanto come Blocher si sia arricchito ma come sia avvenuto il passaggio tra un capitalismo industriale e finanziario.

Le strategie di personaggi come Blocher pongono domande difficili. Io non volevo fare rivelazioni o scoop, ho lavorato invece sulle parti visive.

La deontologia del documentario vuole che si mostri il film a chi vi appare, e io ho mostrato il mio a Blocher. Lui non ha chiesto nessun cambiamento, anche perché ho usato fonti documentate e non vado mai oltre a ciò che è stato verificato ed è di dominio pubblico; non poteva certo negare i fatti. Ora la domanda è: forse che io non ho mostrato qualcosa perché mi sentivo bloccato? Naturalmente no.

In L’Expérience Blocher ci sono molte referenze a film di genere, e tra queste anche dei rimandi a Citizen Kane: per esempio lo cito nella scena finale, dove una panca si sostituisce alla slitta del capolavoro di Orson Welles. In questa scena trovo anche molto interessante il fatto di scoprire che il luogo consolante per Blocher sia un cimitero.

Blocher è d’origini tedesche da parte di padre; è cresciuto in una famiglia dove si parlava tedesco. Credo – ma è un’interpretazione – che durante l’infanzia abbia provato la sensazione d’essere uno straniero.

Anche se Blocher ed io abbiamo parlato molto non c’è stato un vero avvicinamento, e io non mi sono ammorbidito nelle mie posizioni politiche, che sono rimaste quelle che erano.

Non voglio rispondere a domande a proposito dello scandalo sorto a proposito del film secondo cui è sbagliato che un documentario su Blocher sia finanziato dalla Confederazione. Credo sia normale che si voglia fare polemica e dopotutto il film è fatto per far discutere. Cerco infatti di produrre politica e di riproporre delle domande. Comunque trovo che sarebbe stato stupido girare un film del tutto contro Blocher; quel che volevo era investigarne il lato oscuro. Come cittadino mi sono accorto che il rapporto con questo politico è tanto forte e lui è talmente carismatico che si fatica a riflettere su di lui.

Blocher è il leader di un partito che fa della pretesa di parlare chiaramente il proprio cavallo di battaglia e che critica gli intellettuali, accusati di essere oscuri quando comunicano con la popolazione. Ho cercato di mostrare ciò che c’è di non chiaro nel personaggio e d’evidenziare la sua complessità, il suo segreto.

Sara Groisman
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