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Tormenti di Gloria

Tormenti di Gloria

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Gli occhiali dalle lenti tonde, il filo di collane di perle a girarle il collo e una voglia resistente di vivere senza remore i saliscendi delle proprie emozioni e delle proprie paure. Lei è la quasi sessantenne Gloria che dà il titolo al film e la cinepresa le sta sempre addosso, accarezzando con naturalezza e senza falsi pudori il tema dell’amore e del sesso nella terza età.

Dopo il terremoto mistico di El año del tigre, passato nel Concorso internazionale nel 2011, il regista cileno Sebastián Lelio torna a Locarno, regalando a Piazza Grande una delle pellicole che più ha entusiasmato la scorsa Berlinale. A conferma, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto quella cilena continui a dimostrarsi una delle più vitali cinematografie della scena internazionale, al Festival è presente anche il produttore del film, Juan de Dios Larraín, in qualità di giurato, mentre sette sono le nuove pellicole in post-produzione mostrate nell’ambito dell’iniziativa Carte Blanche, dedicata al Cile.

Germogli per il futuro che si spera possano raggiungere l’impatto di Gloria, un film che grazie alla maiuscola Paulina García (Orso d’argento per la migliore interpretazione femminile) mette insieme un ritratto passionale e insieme dolente di una donna alla ricerca di una second life dopo anni di separazione dal marito. Non rassegnarsi alla penombra di una solitudine e alle distrazioni di figli da tempo usciti di casa e a loro volta impegolati nei loro rispettivi legami sentimentali, per Gloria vuol dire tuffarsi nei luoghi deputati ai cuori solitari per gente attempata.

Senza compatimenti, serate di ballo, drink e rossetto, motivetti cantati al volante dell’auto e una volontà di riprendersi il gusto della vita che passa anche dai compromessi del nuovo partner con cui allaccia una relazione a singhiozzo. Entrambi con le loro famiglie alle spalle, i diritti e i doveri, come se il presente dei sessantenni non potesse camminare senza la zavorra del passato. Ed è proprio lì che il film scandaglia il baratro psicologico della situazione, aderendo al millimetro agli sbalzi d’umore della protagonista, senza scadere nello sberleffo moralistico o voyeuristico.

Perché se il tono tragicomico della vicenda regge con grande equilibrio, tutto lo si deve proprio a lei, alla Gloria del film, capace di rintuzzare gli urti della vita con quella scanzonatura che mantiene viva la complessità dignitosa di chi rivendica i propri desideri. Anche quando, dopo l’ultima delusione, si ributta in pista, abbandonandosi al ballo, proprio mentre dalla consolle rimandano i ritornelli vintage-pop della canzone Gloria di Umberto Tozzi in versione spagnola.

Lorenzo Buccella
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