News from the Locarno Festival
 

Blog del Direttore artistico
Diario di viaggio #2: family affair.

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Diario di viaggio #2: family affair.

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“Sono cresciuto in Oregon. Seguendo amici mi sono spostato a Salt Lake City. Qui ho incontrato una ragazza, mi sono innamorato… I genitori di lei mi hanno detto: “Nessun problema, te lo troviamo noi un lavoro. Ma tu resti qua.” Così è andata. Il marito di mia cognata ha provato a spostarsi, ma lo hanno ripescato. Sai, la famiglia qui è molto importante.” Raccontando la sua vita, Chad, mi ha dato benvenuto nello Utah. Aveva appena lasciato gli altri passeggeri del suo lunghissimo van: un distributore americano impegnato a fare amicizia con la compagna di un non precisato regista e una famiglia proveniente da Houston, Texas. Lui, lei, 2 ipad, 3 ipod 4 figli, 8 valigie. Prima di scendere dal van e impattare con il freddo, ho chiesto a Chad se avesse mai frequentato il Sundance. “Mai – mi ha risposto – ma mi piacerebbe. Forse il prossimo anno…”

Park City nella notte è un rigoglio di luci. Luci che tracciano linee sulle piste da sci, luci che sagomano gli chalet in cima alle colline, luci di vari colori che dondolano sugli alberi ai lati della strada. Luci che sembrano voler camuffare l’immenso silenzio dei rilievi intorno. Al mattino, però, la quiete della natura riprende il sopravvento. Le case, gli hotel – persino i cinema – hanno il profilo discreto di costruzioni a due piani, in legno. Il festival organizzato da un gruppo di programmatori e animato da un esercito di volontari (1800!) deve fare i conti con l’apparato turistico della città che vanta la “neve migliore del mondo”, garantita da un microclima così freddo e secco che la conserva polverosa. Durante tutto l’inverno facoltosi americani trascorrono lunghi week-end in lussuosi chalet; di giorno percorrono piste dai nomi fantasiosi (TranquillityEclipseMagic Line,Another WorldLower SunriseSilverado, OutlawBadlands…); di sera affollano bar e ristoranti di sushi. I monti Wasatch – il cui nome richiama l’eredità indiana – finiscono annegati in un immaginario che ha preso a spunto l’universo cinematografico. Come spesso accade negli States, il cinema è ovunque: molto più presente in strada che nelle sale cinematografiche. Bar che richiamano saloon, comparse che sfidano il freddo pur di essere vestiti trendy, persino una vecchia distilleria con il tetto in vecchie travi rigorosamente ricostruite…

Con l’esclusione della “main street” colorata strada in salita, che per la durata del festival è chiusa al traffico, Park City è il regno dei fuoristrada, dei 4×4. La taglia è rigorosamente oversize. Macchine grandi da non sembrare più delle “famigliari” ma dei mini-pulmini. Come a contenere più cose, più figli… Mentre le strade sono popolate da giovani, adulti, ragazze tutti in gruppi di pari età, al cinema la famiglia (gruppo intergenerazionale) è la figura ricorrente – molto più del sesso su cui trade e i news-paper si sono soffermati. Quasi tutti i film visti hanno a che fare con quell’unità fragile, fuori-moda, discussa e discutibile, su cui però il cinema americano continua a ritornare, la famiglia.

Famiglie in formazione (come nella bellissima scena del matrimonio con cui si apreMother of George) e famiglie che si rompono per l’intrusione di un corpo estraneo (la stripper/hooker nella borghesia ebrea di Afternoon Delight o la talentuosa pianista inBreath In); famiglie spezzate (le unioni forzate tra genitori single cui The Way Way Backcontrappone una sorta di nuova comune in un parco acquatico fuori dagli schemi), famiglie abortite sul nascere (il patto nell’epico Ain’t Them Bodies Saints), famiglie immaginarie (vedi l’invenzione del padre da parte del protagonista in Blue Caprice), famiglie che si sbriciolano a contatto con l’oggetto (velenoso) dei propri desideri (Escape From Tomorrow, che aldilà del buzz sulle immagini rubate a Disneyland, è un curioso film sugli alieni)… E ancora famiglie che ancora devono (ri)crearsi (l’illusione di una casa nuova in Toy House), famiglie che si ritrovano, decennio dopo decennio, sempre più ricche di sfumature (nel bellissimo Before Midnight) e famiglie che restano sotto uno stesso tetto anche se ormai l’unione è passata (in Pit Stop). Famiglie, case, figli… Mentre il cinema mainstream si proietta verso scenari futuristici o è catturato da personaggi-eroi, l’indipendenza  americana sembra ripiegarsi su questo ristretto orizzonte sociale, non si sa se per mancanza di coraggio o per una strana forma di resistenza. Come se il cinema dovesse risarcire qualcosa che la realtà ha perso. Come se il cinema potesse essere il luogo dove quelle macchine cosi grosse si riempiono di persone e non solo di cose.

Carlo Chatrian
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