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Guerra

King Vidor's The Big Parade

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Dopo la presentazione delle nomine… un pensiero ai film che ci parlano di guerra

Viviamo in un mondo sempre più spogliato dal cinema. Nel 1946, André Bazin guardava a un mondo in cui decine di migliaia di macchine da presa erano sguinzagliate a “secernere immagini” per altrettanti cinegiornali. Oggi potremmo dire che il mondo è stato denudato così a lungo da ritornare invisibile. Le immagini dei nostri “cinegiornali” non lo sfiorano più. Guardandole sul piccolo e sul grande schermo sappiamo di guardare un’immagine, non il mondo. Allora il cinema – quel poco di cinema che sopravvive nelle sale – può tornare forse a rivestirlo.

La prima vittima di una guerra è il concetto di realtà

Paul Virilio

La guerra è cinema e il cinema è la guerra, diceva Abel Gance. Le affinità tra i due campi sono al contempo concettuali (morte al lavoro, in senso simbolico e letterale) e fattuali (da Griffith in poi, la storia del cinema si è annodata con quella dei conflitti mondiali). Ovviamente si può affrontare il tema da più angolature (sociali, economiche, politiche, strategiche…), anche se poi alla fine dei conti tutte finiscono per confluire nell’icastica visione fulleriana per cui la guerra è uccidere o essere uccisi. E – sia detto per inciso – tutta la grandezza dei registi americani, da Vidor fino a Bigelow passando per Fuller e Eastwood, sta proprio nel rendere questa alternativa incerta, quasi casuale, evitando ogni sorta di determinismo. La rappresentazione della guerra coincide in primis con una scelta di campo: da che parte sto? Fedele al suo originario utilizzo come coadiuvante di imprese militari la macchina da presa non ha mai pensato di operare un tanto semplice quanto ardito scavalcamento di campo. E quando lo ha fatto – Vidor in La grande parata, Malick inLa sottile linea rossa – è stato il tempo di una sequenza. Il solo che abbia pensato a rivoltare il principio (come si fa con un calzino) è stato Eastwood, nel suo straordinario, doppio, film su Iwojima. Progetto capace di scardinare la concezione di un genere, la guerra come scontro scenografico, ideologico, tecnico, per passare ad un altro campo d’indagine, la memoria della guerra come base per un nuovo sodalizio (interno ad una nazione, ma anche relativo ai due eserciti, chiamati qui a condividere un mito bifronte, fondante da un lato e dall’altro l’etica dei rispettivi popoli).

Al passaggio nell’alto Medioevo, la lingua italiana decide di abbandonare il termine ‘bellum’ per sostituirlo con il germanico ‘warra’ (lett. mischia). C’è forse troppo rispetto per la tradizione latina del conflitto per definire con quel termine le scorribande che attraversano lo stivale. A distanza di tanti secoli e nonostante Clausewitz, la parola “guerra” appare ancora la più indicata per descrivere lo stato di conflitto tra due orizzonti in tensione. L’idea di combattimento confuso bene si adatta ad uno scenario in cui tecniche ultramoderne e antichissime si affrontano, in cui non solo l’idea di fronte, ma pure quella di nazione occupante e nazione resistente sono evaporate. Si è detto che il terreno su cui si gioca la battaglia è quello planetario della promozione pubblicitaria. Ancora una volta si tratta di immagini o, meglio, di rappresentazioni. Virilio afferma che non vi è guerra senza rappresentazione, qui però la guerra sembra riguardare proprio il controllo delle immagini più che la loro produzione (tempestiva e veritiera). Di questo tratta Redacted di Brian De Palma: della questione del controllo. Il pretesto di fare un film su uno dei tanti capitoli bui della storia del recente conflitto è in qualche modo precisato dal titolo. Il campo semantico è quello caro al regista del remake, solo che qui le prospettive sono ribaltate. La variazione non si colora del rimando affettuoso all’originale, ma si sostituisce ad esso con il deliberato scopo di occultarlo. Se in Vittime di guerra la rappresentazione sgorgava dal ricordo come un veicolo di rivendicazione sociale e civile, in Redacted ogni spinta politica è inghiottita dal contesto e dalla forma. Nel primo caso il film è il racconto di una memoria (individuale e collettiva), nel secondo è il resto di una serie di brandelli di informazione, di racconti, di denunce, di censure.

Se, Hollywood e lo star system nascono dalla prima guerra mondiale, Redacted conclude il ciclo, ponendosi non come ultima conseguenza di The Black Dahlia ma come sua matrice. La rappresentazione patinata, satura del marcio che sta dietro la Hollywood di Ellroy sarebbe inconcepibile senza la visione della realtà altrettanto marcia che sta di fronte alla celebre collina. Con il suo brutto digitale (uso il termine nel suo senso deteriore: opera fatta con la punta delle dita quasi per paura di toccare un materiale contaminato)Redacted è forse l’unico film di De Palma che si pone fuori dal circuito cinema, per svelarci che al di fuori di esso drammaticamente non c’è rimasto nulla.

Carlo Chatrian
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