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Blog del Direttore artistico
La partita di Roman Polanski

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La partita di Roman Polanski

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Quando lo incontri, a colpire sono gli occhi. Piccoli lampi scuri che sembrano pronti sempre al sorriso. Sono loro a comunicare per primi quell’inesauribile ironia cui Roman Polanski sottopone tutto e tutti. A iniziare da se stesso.

Il frizzante ottantenne che ha attraversato il secolo scorso, lasciando un’impronta indelebile nel cinema moderno è in perfetta forma. Parla di cinema e chiede informazioni sul Festival.

Poi, di colpo cambia discorso. Chiede della partita, ormai entrata nella storia, tra Germania e Brasile. Non fatico a credere che per qualcuno capace di vedere il lato nascosto delle cose (Frantic), la follia nella quotidianità (The Tenant), il comico in una storia di vampiri (Per favore, non mordermi sul collo!) quella partita, dove la geometria teutonica si è tramutata in spensieratezza latina, deve essere apparsa come il più bello degli spettacoli. La stessa voglia di rovesciare le cose, vedere la luce nel buio e viceversa, è uno dei dati di fondo del suo cinema, così sovente fatto a fior di pelle, così sovente in grado di sorprendere con inattesi cambi di rotta. E se i suoi ultimi film sembrano rinchiudersi in spazi chiusi è forse solo per poter raccontare le linee di forza che governano il mondo. Carnage e La Vénus à la fourrure, come l’uno il rovescio del secondo, non sono affatto dei film intimisti ma anzi dei racconti fondatori.

Polanski non è un fanatico del calcio, ma uno sportivo a tutto tondo. Riferendosi a quell’indimenticabile partita dice: “Sembrava uno scontro tra adulti e bambini. Incredibile, cosa può fare la testa!”.

Impossibile non associare la frase ai film di chi l’ha pronunciata. Tutto sta nella testa. I protagonisti dei film Polanski vivono un rapporto particolare con la realtà; in un modo o nell’altro sono tutti rinchiusi nel loro universo. Un po’ come accade al pianista nel film omonimo, forse il più doloroso e intimo di questo regista che è passato attraverso l’esperienza dell’occupazione nazista.

Un giorno ha detto: “La vita è una violenza perpetua. Ne so qualcosa. Non solo per aver vissuto qualche tempo negli Stati Uniti ma per essere rimasto profondamente polacco: quando si nasce in Polonia all’epoca in cui sono nato io, non si può dimenticare la legge della violenza”.

Prima di essere il grande regista premiato con l’Oscar e autore di film rimasti per sempre nell’immaginario collettivo, Roman Polanski è stato uno dei tanti bambini che affollano le strade della Polonia alla fine degli anni Trenta. Sarà l’esperienza del Teatro prima e poi quella della scuola di cinema Lodz a dargli un quadro dover poter convogliare in modo creativo la sua ansia di libertà e il suo humour distruttivo. Attore per Wajda e in parallelo aspirante regista Polanski comprende in breve  le potenzialità del cinema di cui sperimenta i vari generi e formati. Documentari e cortometraggi precedono il suo esordio, Il coltello nell’acqua. Scritto con Skolimowski, il film rompe con il cinema polacco, innestando in quello che è un triangolo di ispirazione borghese il tema della distruzione, con sullo sfondo la natura bellissima e impassibile del lago di Masuria. Da questo momento Polanski entra nel “Cinema”. E non ne uscirà più.

Carlo Chatrian
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