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Gattopardo d’onore

Gattopardo d’onore

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È una scena che balla nell’immaginario filmico di tutti i tempi. Le arie del Valzer brillante di Verdi che gonfiano l’atmosfera del palazzo nobiliare palermitano, l’abito bianco di Angelica (Claudia Cardinale) che scivola a passo di danza col principe Fabrizio di Salina (Burt Lancaster), mentre attorno, tra coppie in costume, candelabri, drappi e ventagli che sbattono è tutto «un grande arazzo cinematografico».

Proprio come definisce Il Gattopardo Martin Scorsese, l’uomo che attraverso la propria fondazione (e la perizia del laboratorio di restauro L’Immagine Ritrovata della Cineteca di Bologna) si è impegnato in prima persona perché il capolavoro di Luchino Visconti venisse ripristinato allo splendore di una visione senza graffi e vivificata dalla nitidezza dei colori originali. Del resto, la frase-emblema dello stesso film, pronunciata dal Tancredi-Delon («Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi»), è la chiave di volta attorno a cui ruota quel grande affresco che abita le cuciture tra la fine di un’epoca e la nuova in arrivo, dopo lo sbarco di Garibaldi in Sicilia nel 1860. E se le vicende sono tratte dall’omonimo romanzo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, il trasbordo cinematografico del Gattopardo nel 1963 avviene sotto l’insegna produttiva di quello scudo Titanus a cui Locarno dedica quest’anno la retrospettiva.

L’epica di un film in costume sul costume del tempo, frizionato attraverso un cast in stato di grazia (Cardinale, Lancaster, Delon, Stoppa) e corroborato nella cura di ogni minimo dettaglio dal genio di Visconti, che qui esalta tutte le potenzialità della messinscena. E lo fa compattando in un’unica visione d’insieme due mondi che arrivano a pestarsi i piedi per convivere.

Il tramonto dell’aristocrazia della vecchia Sicilia che avviene mentre ai suoi bordi sale il nuovo della borghesia che spinge per l’unità d’Italia. Un abbraccio decadente che trova il suo sigillo spettacolare nel gran ballo finale, al termine del quale per il principe sarà già tempo di fare un bilancio della propria esistenza.

Lorenzo Buccella
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