News from the Locarno Festival
 

“…ma continuo a non bere caffè.”

“…ma continuo a non bere caffè.”

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Come le stelle più brillanti, anche quella di Robin Williams ha emanato la sua luce radiosa per un lasso di tempo tutto sommato breve, prima di spegnarsi tragicamente.

In una carriera contraddistinta da periodi fortemente altalenanti l’istrione originario di Chicago ha espresso il meglio del suo immenso talento attoriale nell’arco di dieci anni esatti, dall’esplosione di Good Morning, Vietnam! (1987) di Barry Levinson allo strameritato Oscar vinto con Good Will Hunting (1997) di Gus Van Sant. In questo periodo di tempo però Williams ha scritto pagine di cinema indelebili, dimostrando una versatilità che ha sorpreso il panorama cinematografico internazionale.

Dopo aver ottenuto la sua prima nomination all’Oscar con il ruolo del DJ Adrian Croanuer spedito nella Saigon occupata dall’esercito americano, l’attore è stato scelto dal genio di Peter Weir per il ruolo di John Keating, professore anticonformista che cerca di educare i suoi studenti alla libertà di pensiero ed espressione. Il film è Dead Poets Society, l’anno è il 1989, e la storia del cinema viene segnata da uno dei lungometraggi più commoventi mai realizzati. 

Se Williams è stato e verrà ricordato soprattutto per il ruolo di Keating, a nostro avviso il suo capolavoro artistico è però The Fisher King, visionario mosaico di Terry Gilliam in cui interpreta un folle senzatetto, deciso a tuti i costi a recuperare il Sacro Graal in una New York sferzata dalla sua dirompente e vitale vena surreale. Insieme a un altro grande attore come Jeff Bridges, Williams compone pezzo dopo pezzo una figura tragica, disperata, vitale.

La sequenza in cui insegue la sua amata Amanda Plummer in una Grand Central Station che grazie alla sua fantasia si trasforma in una sala da valzer è forse il momento più alto del cinema americano degli anni ’90. Il monologo in cui dichiara il suo amore romantico all’attrice (e la cui ultima, geniale battuta ha regalato il commosso titolo a questo omaggio) dovrebbe essere ricordato come il testamento della carriera iconoclasta e folgorante di Williams. A coronamento di un decennio in cui l’attore è stato anche Peter Pan per Steven Spielberg e ha centrato un altro paio di film imperfetti ma vibranti come ad esempio Toys o The Birdcage, è arrivato quindi l’Oscar come non protagonista per Will Hunting, la sua interpretazione probabilmente più sanguigna. I duetti con Matt Damon nelle sedute di terapia sono pura arte della recitazione. 

L’attore aveva anche avuto un film inserito nel Concorso internazionale qui al Festival del film Locarno: si tratta di One Hour Photo, presentato alla kermesse nel 2002. 

 

Rinchiudere il genio di un attore poliedrico e strabordante come Robin Williams in pochi titoli è praticamente impossibile. Si può solo sperare che queste poche righe di commiato riescano a ispirare i lettori al recupero delle gemme anche  più nascoste di una filmografia varia, coraggiosa, piena di chicche da godersi con quella vena malinconica che da oggi purtroppo le accompagnerà… 

Adriano Ercolani
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