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Atterraggio teatrale su Venere

Atterraggio teatrale su Venere

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Il prologo in piano-sequenza. L’arrivo all’entrata di un teatro. E poi tutto avviene là. In quel ventre-palcoscenico, chiuso su se stesso, ma moltiplicato ed espanso da quelle nervature d’ambiguità che attraversano il cinema di Roman Polanski. Là dove tutto si spaccia per normale e al tempo stesso niente vuole esserlo, perché su quelle assi il gioco ironico abbraccia il gioco erotico, l’ossessione il confronto fra i sessi, la seduzione la manipolazione.

Dietro alle maschere ci sono altre maschere ed è sulla mise en abîme di questo ingranaggio che si muove il film proiettato in Piazza Grande. L’ultimo Polanski, La Vénus à la fourrure, emblematico anche perché capace di trasportare sul grande schermo molti dei fantasmi che abitano l’arco completo della sua filmografia. Tanto più che nessuno come il grande regista franco-polacco sa convertire la claustrofobia delle riprese “da spazio unico” nella visione di un intero universo, portato sulle spalle dalle recitazioni maiuscole dei suoi attori.

Era già successo nell’appartamento di Carnage (2011), succede anche nel teatro di questa Venere in pelliccia, tratta dal famoso romanzo del 1870 di Leopold von Sacher-Masoch e dal suo adattamento per le scene firmato da David Ives. Uno spartito a specchi, pronto continuamente a raddoppiare e ribaltare ruoli, e che nella “solitudine affollata” di un teatro si trasforma in un grottesco gioco a due. Da una parte c’è Thomas (Mathieu Amalric), il regista alter-ego spiazzato dalle sue stesse nevrosi e dal ritrovarsi a tu per tu con la visione della figura di donna che stava cercando.

Dall’altra c’è lei, un’imperiosa Emmanuelle Seigner che non appena entra in scena strappa le redini della situazione, prestando al divertito personaggio di Wanda tutto il carico di una bellezza provocante e irrequieta. S’innesca da lì la miccia di un duetto da teatro nel teatro, capace di stanare drammi esistenziali, senza mai perdere quei ritmi sexy-dark che li mantegono in territori da commedia.

Lorenzo Buccella
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