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Blog del Direttore artistico
Edward Norton

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Edward Norton

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Come tutti i grandi attori Edward Norton ha qualcosa che gli permette di sfuggire ai suoi personaggi, conservando una parte di mistero in ogni interpretazione. Schegge di paura, il film che lo rivela nel 1996 e che gli vale la prima delle tre candidature all’Oscar, è emblematico. La figura di Aaron Stampler, chierichetto accusato di aver ucciso l’arcivescovo di Chicago, non solo è ricca di punti oscuri ma permette al giovane attore di toccare registri diversi, evitando al film di cadere nella facile opposizione tra bene e male. Dopo questo esordio fortunato Edward Norton si troverà più volte a impersonare ruoli di individui con personalità multiple. Si potrebbe dire che la singolarità di Norton consiste proprio nell’appoggiarsi alla sua fisionomia per andare oltre. Il prototipo del ragazzo modello pronto in ogni momento a rovesciarsi in qualcosa di pericoloso è solo il primo livello di un’ambiguità che l’attore americano ha saputo sviluppare nei contesti più diversi. Norton ha un modo di recitare tale che lo porta a variazioni improvvise di ritmo, di tono, di umore. Che sia un piccolo sorriso dopo uno scatto di violenza inaudita (American History X) o un silenzio un po’ più prolungato in una lunga tirata in una sala di tribunale (Larry Flynt – Oltre lo scandalo) il risultato non cambia: sempre il suo gioco va contro le attese e tende a prendere lo spettatore alla sprovvista.

C’è qualcosa di perverso e di salutare in questo atteggiamento. I suoi personaggi ci ricordano che il cinema è finzione e che la recitazione è il far credere qualcosa. L’adesione alla realtà incondizionata da cui il cinema americano fatica ad affrancarsi – paradossalmente il passaggio al digitale ha aumentato quest’invasione del realismo – ha bisogno di attori come Norton capaci di spezzare anche solo per un attimo questa situazione. In un contesto dove l’immaginazione ha ceduto il posto alla rappresentazione, la presenza di attori capaci di far intravedere che alla base dell’immagine ci sta l’idea del doppio, del fantasma, del simulacro, che ingannare non significa solo prendere in giro ma anche far comprendere che la terra su cui poggiamo i piedi gira in continuazione, è essenziale.

In vent’anni di carriera Edward Norton ha recitato a fianco di tanti grandissimi attori (Brando, Gere, De Niro, Pitt, Keaton, Harrelson, Willis), ha adattato la sua presenza a stili di interpretazione e regie molto diverse; presi insieme, i suoi personaggi sono come una mappa che racconta molto del nostro tempo, così confuso e così disposto a prendere per buona la prima strada che si vede. Il giocatore nel film di Dahl, il sergente boyscout inMoonrise Kingdom, il nazista violento, l’avvocato spregiudicato, l’impiegato di Fight Clubfino alla star schizofrenica in Birdman… Ognuno di questi personaggi è in un certo senso bipolare. O meglio è la realtà che gli sta di fronte a determinare la sua bipolarità. I personaggi che Norton ha raccontato al cinema ci parlano di un essere che per sopravvivere ha sviluppato un’alta dose di ironia, che fatica a credere alla realtà ma che nonostante tutto riesce sempre a esserne sorpreso. Non sono dei vincenti: anche quando hanno imparato a destreggiarsi tra le regole della società, si sente vibrare in loro una certa insoddisfazione, sarà la malinconia che incessantemente lampeggia nei suoi occhi, piccole fessure di cielo azzurro. Tutti a vario titolo sono delle vittime di una realtà che invade ogni ambito; tutti a vario titolo sembrano essere in scadenza.

Assomigliano a Monty, il pusher a cui è concessa una giornata per fare i conti con il proprio mondo prima di dover purgare una lunga pena in carcere. In quel viaggio lungo 25 ore, che diventa metafora di un’esistenza, di una città e di un’epoca, ritrovo molto se non dell’essenza dell’attore di ciò che nutre i vari personaggi incarnati da Norton. La tenerezza e la violenza, l’eloquenza verbale e il silenzio, il lirismo con cui si guarda alla città e il cinismo di uno sguardo che non è (mai) stato vergine, il suo stare tra le cose e le persone e l’essere sempre irrimediabilmente un solitario… Almeno fino a quando una nuova storia riaprirà il ciclo.

Carlo Chatrian
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