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Blog del Direttore artistico
Michael Cimino

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Michael Cimino

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“Siamo il frutto di un incredibile mélange culturale e razziale. E più accettiamo questo, più siamo forti, più rifiutiamo questo e più siamo deboli. Dobbiamo ancora imparare a vivere insieme in America”.
Michael Cimino rilasciava queste dichiarazioni ai Cahiers du Cinéma nel 1996, in occasione della presentazione di Sunchaser il suo, a oggi, ultimo lungometraggio. A vent’anni di distanza le sue parole vibrano ancora in tutta la loro precisione. Esse vanno ben aldilà di quel film sottovalutato, che sapeva rovesciare il disperato percorso di fuga di un malato terminale in un’ascesi. La fuga dalla civiltà di Blue e del dottore che lo accompagna non è il rifiuto della società ma si dà come un viaggio iniziatico. Bisogna cancellare tutto per poter vedere con occhi diversi le stesse cose di tutti i giorni. Disponendo un parallelo tra la musica hip-hop e l’eredità della cultura indiana, tra i ritmi e le visioni che queste due forme di espressione portano con sé, Sunchaser cerca una strada nuova con cui rappresentare quella nazione a cui Cimino ha sempre guardato con amore e disillusione. Lo stesso sentimento anima il suo film di esordio, Thunderbolt and Lightfoot, un altro road-movie sui generis che porta impressi fin nel titolo i segni di un passato indiano.

La grande lucidità con cui Cimino ha letto la cultura e la società americana fa la sua opera una delle più grandiose rappresentazioni del paese. Vista nel complesso – ed è possibile farlo perché si riduce a 7 lungometraggi che, a dispetto di vicissitudini produttive, successi di pubblico e ripescaggi dalla critica, si offrono ognuno come un’esperienza unica – assomiglia a uno di quei cicli realizzati dai pittori del tardo 400, che tolgono il fiato tanto per la precisione del dettaglio quanto per la complessità dell’articolazione dell’insieme. Ogni personaggio è un colore diverso nel corpo della nazione: Cimino legge la sua storia cercando di farne qualcosa di più di un percorso individuale.
Nei cicli tardo-quattrocenteschi il rapporto tra la Storia (commissionata) e le storie (create) è il pretesto che permette di far uscire ciò che interessa davvero al “pittore”; per Cimino uno dei punti focali del suo fare cinema si ritrova nel rapporto tra gli uomini e il paesaggio che abitano. Questo architetto mancato, che non appare per niente interessato ai volumi e alle linee disegnate dai palazzi, guarda allo spazio naturale come a un teatro dove si sviluppa una doppia azione, una passiva tradotta in uno sguardo che osservando inquadra, ovvero crea il paesaggio; e una attiva, che si traduce in un’azione precisa, capace di sezionare lo spazio. Nei film di Cimino lo spazio come natura e lo spazio come storia si danno il testimone.

Come accade nei narratori classici del cinema – penso a John Ford o Raoul Walsh per fermarsi a due tra i più grandi creatori di paesaggio – anche in Cimino l’azione si fa epica in virtù di questa sfida immane tra l’uomo e l’ambiente o tra l’uomo e la storia. Probabilmente è in Heaven’s Gate che si trova l’espressione più pura di questo sentimento. Anche quando i personaggi sono colti in interni lo spazio appare più grande di loro e il montaggio, che pure raccorda volti e corpi, come accade ad esempio nella famosa scena del walzer, non toglie il sentimento di una sfida impari. Come se l’abbraccio della musica suonata e ballata dagli uomini non potesse durare oltre la sequenza. Il tema della frontiera come luogo di confronto con una dimensione estrema aleggia dietro la porta e conduce l’uomo a confrontarsi con quella che è la sua condizione, l’essere solo.
I personaggi di Cimino sono tutti a loro modo dei solitari, cercano l’amicizia e le sue possibili derivazioni – lo scontro, il tradimento, la coppia – come una sorta di rimedio. Costruiscono con fatica rapporti che il fato immancabilmente distruggerà. Il dato di partenza è quello di un peccato già avvenuto che pesa su ogni azione, pensiero, gesto. Questo sentimento tragico si traduce nei momenti migliori in una sottile poesia, che arriva come una lama tagliente sulla pelle, in un modo non troppo diverso da quanto accade nel cinema di Sam Peckinpah un altro dei grandi testimoni della prossima edizione di Locarno.

Carlo Chatrian
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