News from the Locarno Festival
 

Blog del Direttore artistico
Ritorno su #Locarno68

Blog del Direttore artistico
Ritorno su #Locarno68

Share:

La settimana trascorsa ha visto premiati tre film presentati a #Locarno68. El Movimiento è stato giudicato il migliore al Festival Pachamama in Brasile, Right Now, Wrong Then ha ottenuto il più alto riconoscimento a Gijon in Spagna e il belga-svizzero Keeper si è aggiudicato l’ambito primo premio al 33° Torino Film Festival. Si tratta di tre film diversi per ispirazione, modalità stilistica e narrativa e soprattutto per il patto che stabiliscono con lo spettatore. Fin dalla prima inquadratura, un primo piano in un bianco e nero molto sgranato, El Movimiento rivela le sue ascendenze: il cinema crudele ma rigoroso di Sam Peckinpah aleggia sopra questa gotica, originale, rilettura della guerra civile occorsa in Argentina alle fine del ‘800. Il regista, Benjamin Naishtat, prende le distanze dal realismo, dominante nel suo paese, e dal genere storico. El Movimiento è una favola nera raccontata dal punto di vista di una mente allucinata che dal passato arriva a toccare i giorni nostri. Dell’ultimo film di Hong abbiamo già scritto in occasione della sua presentazione a Locarno e del pardo d’oro riportato e intendiamo tornarci quando uscirà nelle sale francesi a inizio 2016. Qui ci basta ricordare la sua ambigua leggerezza, quel tono da vaudeville che nasconde un’inadeguatezza nei confronti del prossimo che sta in ognuno di noi e che ogni situazione, anche la più ordinaria, può mettere allo scoperto. Keeper è invece un’opera che può apparire aliena da quell’identità formale che spesso si associa al festival di Locarno. E allora ci fa piacere sottolineare non solo la sua presenza nel nostro programma ma anche il bel percorso che sta facendo a livello internazionale. Il film di Senez è uno sguardo empatico gettato su una coppia di giovani alle prese con la prima grande scelta della loro vita. Se da un punto di vista formale il film sceglie di aderire alla storia e alle sue evoluzioni è nello sviluppo della drammaturgia che Senez trova il modo di entrare dentro la pelle dei suoi protagonisti. Il film può allora essere visto come un corpo a corpo tra la recitazione nervosa, inquieta ed esuberante, di Kacey Mottet-Klein e quella più trattenuta, ma sempre pronta ad esplodere, di Galatea Bellugi. Un’opera che abita gli spazi attraverso i suoi personaggi e traduce in una storia singolare un sentimento di inquietudine proprio di una generazione.

Volendo proseguire con questo sguardo retrospettivo sulla trascorsa edizione non posso non soffermarmi su un altro titolo, che dopo aver intercettato interessi di altri festival e raccolto consensi (tra cui il primo premio a la Roche sur Yon), è in questi giorni in sala in Italia. Presentato come pre-apertura al Torino Film Festival, Bella e perduta di Pietro Marcello è uscito in sole 11 copie, ottenendo un ottimo score al botteghino, se si conteggia il rapporto incassi per sale. Una situazione normale vorrebbe che il film venisse richiesto da più sale mentre il rischio è che venga “smontato” per lasciar posto ad altre pellicole anche in quelle 11. Roberto Cicutto in una lettera aperta ha sollevato il problema facendo notare come certi titoli distribuiti dal “Luce” soffrano un trattamento poco favorevole e chiamando in causa Circuito cinema, un gruppo che vede coinvolti alcuni distributori indipendenti, i quali da parte loro hanno sottolineato come i mesi tra novembre e marzo registrino una concentrazione esagerata di uscite. Lasciando ad altri il compito di esaminare la questione, vorrei ritornare sullo specifico di un film che mi è caro non solo perché tocca il mio paese ma perché mi pare il frutto di un progetto di rara bellezza e coerenza. Certo, un film che ha come protagonista un bufalo e pulcinella non è semplice da presentare. Non ci sono nomi da vendere o volti da esibire in primo piano. Bella e perduta – un titolo che starebbe bene appiccicato un melodramma di Matarazzo – è la storia di un paese letto attraverso una parabola tanto minore quanto facilmente trascurabile, quella di un guardiano di una reggia sottratta alla mafia morto in circostanze ancora non del tutto chiare. Di fronte alla scomparsa dell’uomo, Pietro Marcello ha avuto l’idea di innestare un secondo filo narrativo, chiamando in causa Pulcinella, che nella tradizione napoletana è la maschera che mette in comunicazione il mondo dei vivi con quello dei morti. Dalla storia del guardiano il film è diventato la storia di un bufalo affidato a Pulcinella affinché gli trovi un nuovo padrone. Di qui prende le mosse un viaggio attraverso un paese ancora legato alla terra e che trasuda storia in ogni suo angolo. Un viaggio tra figure senza nome, al di fuori delle rotte segnate dal turismo e dalle strade ad alta velocità.

Si sa che i film hanno bisogno di persone e di storie facilmente individuabili: che il regista conosca questo assioma è evidente dal suo lavoro precedente, La bocca del lupo; qui la scelta coraggiosa è di alzare di un grado, se non di due, l’asticella e provare - come hanno fatto nel passato illustri maestri - a guardare direttamente l’Italia esaltandone non solo la decadenza ma anche la sua insopprimibile bellezza. Io penso che sebbene rischiosa tale operazione non sia solo riuscita ma anche necessaria. Certo, si sarebbe potuto portare in viaggio lo spettatore attraverso lo scempio compiuto sul patrimonio culturale italiano, come fanno in modo dignitoso tanti documentari; il dramma in musica pensato da Pietro Marcello, con la complicità di Maurizio Braucci che ha messo in bocca al bufalo delle parole di rara bellezza, è invece più sorprendente perché rifiuta ogni facile pietismo. La storia del bufalotto è segnata, così come si capisce fin dalla prima immersiva sequenza e tuttavia la forza del film sta nell’andare oltre la realtà delle cose.

E’ qui che lo spettatore deve superare il primo scoglio: Marcello non usa la lingua mimetica della tv, né si affida alla facile retorica dei primi piani. Il suo è un accarezzare corpi e spazi con la stessa attenzione. Pur essendo una favola, Bella e perduta ha il sapore della realtà perché adotta quel rapporto con il reale proprio del documentario. Come in ogni film preso dal reale anche qui non c’è separazione tra campo e fuoricampo. Anzi, se il cinema di finzione è tendenzialmente centripeto, ovvero tende a far concentrare l’attenzione su ciò che sta nell’inquadratura, Bella e perduta è un invito a guardare oltre. Oltre i margini dell’inquadratura ci sono altri bufali, altre regge e altri guardiani che in silenzio compiono la loro quotidiana fatica. Storie che non saranno raccontate, ma che ognuno di noi conosce perché sfrecciando velocemente le ha attraversate; e un po’ del loro sapore ci è rimasto addosso, così che, vedendo questo piccolo, coraggioso film un senso di riconciliazione - con se stessi e con il proprio dimenticato paese - viene naturalmente fuori.

Carlo Chatrian
Liens utiles

Follow us