News from the Locarno Festival
 

Aspettando Southpaw: combatti per sapere chi sei…

“Southpaw” by Antoine Fuqua

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Paul Newman/Rocky Graziano in Somebody Up There Likes Me (1956) by Robert Wise

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Sylvester Stallone/Rocky Balboa in Rocky (1976) by John G. Avildsen

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Robert De Niro/Jake La Motta in Raging Bull (1980) by Martin Scorsese

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Daniel Day-Lewis/Danny Flynn in The Boxer (1997) by Jim Sheridan

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Denzel Washington/ Rubin Carter di Hurricane (1999) by Norman Jewison

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Michelle Rodriguez/Diana Guzman in Girlfight (2000) by Karyn Kusama

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Will Smith/Muhammad Ali in Ali (2001) by Michael Mann

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Hilary Swank/ Maggie Fitzgerald in Million Dollar Baby (2004) by Clint Eastwood

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Russell Crowe/Jim Braddock in Cinderella man (2005) by Ron Howard

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Mark Wahlberg/Micky Ward in The Fighter (2010) by David O.Russell

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Fight to know who you are recitava ormai più di quindici anni orsono la tagline di Fight Club, altro intrigante rimando interno a questa edizione del Festival del film Locarno.

Una frase e un concetto che, applicati ai più grandi pugili immortalati dal cinema americano e non solo, calzano a pennello. Perché molto spesso lo scontro messo in scena sul quadrato di un ring, oltre la forza della mera confezione cinematografica, ha rappresentato molto più che quello con un avversario pronto anch’egli a menare i pugni. Grazie alla capacità della Settima Arte di saper rinchiudere il mondo e le sue contraddizioni in un quadrato, la lotta per la propria identità è stata da sempre uno dei tempi principali del cinema che parla di pugilato. Identità che può essere sociale, civile, razziale, addirittura sessuale quando ci si ricorda che a incrociare i guantoni può essere anche il sesso debole. Prima la rocciosa Michelle Rodriguez di Girlfight e poi la più tenera ma altrettanto coriacea Hilary Swank di Million Dollar Baby ne sono esempi preziosi.

Sul quadrato si può combattere un sistema, un preconcetto, addirittura una guerra. La battaglia per i diritti civili degli afroamericani avvenuta negli Stati Uniti ha creato leggende e mietuto vittime anche in questo campo. Il Mohammad Alì tratteggiato da Will Smith e Michael Mann ha rappresentato l’esempio più eccellente di come lo sport possa essere veicolo di discorso civile e politico. L’altro lato della medaglia è stato invece Rubin “Hurricane” Carter, vittima del pregiudizio razziale portato sul grande schermo da Denzel Washington con sontuosa adesione fisica e psicologica.

Fuori dai confini americani il cinema pugilistico è arrivato a raccontare addirittura a parlare del sanguinoso periodo dell’IRA con The Boxer, in cui un doloroso Daniel Day-Lewis diventa metafora di un combattente che, alla fine, capisce per cosa valga veramente la pena lottare. “Questo incontro è finito…” sentenzia il suo Danny Flynn abbandonando il ring, rifiutandosi di abbattere un avversario già in ginocchio. Il confronto, anche quando significa boxare, non significa violenza: una lezione che la storia e la società non hanno purtroppo fatto loro, se mai riusciranno a farlo…

Un pugile può anche confrontarsi con il più inquietante degli avversari: la fame. “Adesso so perché combatto. Combatto per il latte...” dichiara Russell Crowe quando interpreta Jim Braddock, il boxer che durante la Grande Depressione divenne il simbolo di una nazione colpita dalla povertà ma capace di rialzarsi e reagire. Magnifico esempio di cinema “larger than life” quello di Cinderella Man di Ron Howard, populista e retorico quanto si vuole ma pur sempre capace di arrivare al cuore e alla mente del pubblico.

Sul ring si può pure, anzi soprattutto a pensarci bene, combattere per o contro se stessi. Ce lo hanno raccontato a meraviglia Robert De Niro e Martin Scorsese in Raging Bull, ritratto iperrealistico di una personalità autodistruttiva. Soltanto quando sale sul quadrato Jake La Motta riesce a placare quei demoni interiori che nella vita di tutti i giorni espongono la sua debolezza interna. Al contrario il Rocky Balboa incarnato da Sylvester Stallone nel primo film di John G. Avildsen rappresenta la volontà, la forza interiore che va oltre i limiti fisici e atletici del singolo.  Quando Apollo Creed lo mette a tappeto per l’ennesima volta lui si rialza e con un gesto di sfida lo invita ancora allo scontro. Avanti, nonostante tutto non è finita: io sono ancora in piedi. E’ quello il momento in cui il personaggio scivola dentro il mito.

Il portentoso Jake Gyllenhaal di Southpaw è dunque l’ultimo di una prestigiosa schiera di grandi attori che hanno calzato i guantoni e sono saliti sul quadrato per un match che, quando il cinema ha saputo valorizzarne le significazioni, ha avuto come avversario molto più di un altro essere umano. Ecco la nostra personalissima Top 10 di questa gloriosa stirpe di combattenti.

Adriano Ercolani
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