News from the Locarno Festival
 

Carmen Chameleon


Carmen Maura, la musa di Pedro Almodovar. Ma la femminilità seduttiva e il talento esplosivo di quest'attrice hanno portato anche molto altro nel linguaggio cinematografico, da Saura a de La Iglesia passando da Gitai e Trueba a Buñuel, sparigliando le carte del sistema, scegliendo esordienti e a volte snobbando maestri. È a Locarno per La Vanité di Lionel Baier, in Piazza Grande.


Cos'è la vanità per lei?

Non è un sentimento che conosco, sono sincera. Forse perché al successo sono arrivata tardi, a 50 anni, a quell'età non c'è tempo per essere vanitosi. Mi emoziona più chi mi offre un bel ruolo che il tappeto rosso.


Ha tante donne dentro di lei. In due anni è passata da La madre all’infermiera di Baier. Come fa?

A tutt'oggi non ho ancora capito cosa faccio e come, per essere un'infermiera non passo un mese all'ospedale. Sono camaleontica. Prendo lo script, lo leggo e a un certo punto succede: entro nelle donne che dovrò essere. Mi aiuta l'importanza che do al testo e alla messa in scena. Le parole, il senso della narrazione, il genere dell'opera che affronto mi danno il tono, la musica, l'atmosfera del mondo in cui tuffarmi. Il regista in questo percorso deve capirmi, guidarmi: so obbedire se te lo meriti.


Cosa cerca quando recita?

A una buona critica, alla vittoria a un festival preferirò sempre una sala piena. Il pubblico, che piange, ride o applaude, è qualcosa di unico, è il cuore del cinema: non dimentichiamo che quest'arte è anche industria e la sua natura è piacere.
Locarno è bella per questo: nella Piazza Grande c'è cinefilia e gusto popolare, è un luogo per tutti.


Questo non le impedisce di fare scelte coraggiose.

Ricordo la fatica degli inizi e per questo faccio ancora cortometraggi e opere prime. Ho ancora in testa tutti i lungometraggi che Cannes rifiutò ad Almodóvar prima di farlo arrivare sulla Croisette. Parlo dei suoi primi capolavori: vinceva e vincevamo premi in tutta Europa ma loro ci ignoravano. Noi avevamo il pubblico dalla nostra.


Cos'ama di più del cinema?

La commedia. È più difficile, devi avere talento e fiuto per cavalcare certi ritmi. Far ridere è affidato a meccanismi che han qualcosa di magico. Devi avere qualcosa in più, come Lionel. Avreste dovuto vederlo sul set: calmo, nonostante avesse scelto un genere difficile per il tema trattato. Lo guardavo ammirata, come quando mio figlio prende l'iPad e risolve un problema per me insormontabile solo toccandolo.


Pedro Almodóvar. Com'è nato il suo rapporto artistico con lui?

Lui lavorava alla compagnia telefonica, io venivo da un ambiente snob che mal sopportava la mia carriera di attrice. Mi raccontava bellissime storie, mi ha fatto ridere come pochi altri nella mia vita e ha saputo mostrarmi al mondo in una maniera sorprendente anche per me. Con lui è sempre stato speciale: Volver è arrivato dieci anni dopo l'ultimo lavoro insieme, passati senza parlarci o vederci. E dopo la prima battuta sbagliata, le sue prime indicazioni, tutto è tornato come prima. Ora, però, è finita, almeno sul grande schermo: succede alle relazioni lunghe, è stato bellissimo ma non credo lavoreremo più insieme. Siamo su strade diverse.


Un sogno, un regista con cui desidera lavorare ce l'ha?

Un tempo rispondevo Woody Allen. Ora, invece, mi preoccupo di chi evitare: il regista che parla troppo. Rischia di annoiarmi e se questo accade, è finita.

Boris Sollazzo
Liens utiles

Follow us